Esperienze in acquario su allevamento e ripoduzione di Chapalichthys pardalis

Esperienze in acquario su allevamento e ripoduzione di Chapalichthys pardalis

Eccomi qui a raccontare di una nuova esperienza con un pesce, non comunissimo, ma che per vari motivi ritengo interessante e ne auspico una più larga diffusione nei nostri acquari.

A chi ha avuto la bontà di leggere il mio precedente articolo, su una specie dello stesso genere, questi motivi sono noti. Protagonista di quell’articolo è stata la Skiffia mulctipunctata, interessante pesciolino delle acque interne messicane, appartenente alla famiglia dei Goodeidae. In questa esperienza vi parlerò di un altro membro della famiglia il Chapalichthys pardalis.

Storia della specie e distribuzione

La prima descrizione della specie è da attribuirsi a Josè Alvarez del Villar, studioso a cui molto si deve per la conoscenza dei pesci delle acque dolci messicane. Alvarez, insieme al suo stretto collaboratore Salvador Contreras-Balderas, concentrò la sua ricerca principalmente sullo studio e sulla raccolta dei pesci nelle acque interne messicane, nel 1951 fu uno dei membri fondatori della Sociedad Mexicana de Hidrobiología.

Nei suoi studi Josè Alvarez del Villar descrisse 35 nuovi taxa tra cui appunto Chapalichthys pardalis, pescato per la prima volta il 23 settembre del 1961 nelle acque attorno a Tocumbo.

Il genere Chapalichthys è endemico degli stati federali messicani di Michoacán e Jalisco. Nello stato di Jalisco ve ne è un rappresentante nel lago Chapala, il Chapalichthys encaustus (Jordan & Snyder 1899). A questa specie si deve il nome del genere: Chapal (del lago Chapala) più ichthys (dal greco pesce) quindi, semplicemente: pesce del lago Chapala.

Per un certo periodo ci sono state dispute sulla classificazione delle specie di Chapalichthys. Al genere vennero attribuite inizialmente tre specie: Chapalichthys encaustus (Barred Splitfin in messicano: Pintito de Ocotlán), Chapalichthys pardalis (Polka-dot splitfin, Pintito de Tocumbo) e Chapalichthys peraticus (Alien splitfin, Pintido de San  Juaníco). Attualmente queste ultime due specie sono considerate una sola.

La disputa e l’incertezza tassonomica sono giustificate dai luoghi di ritrovamento della specie in questione. Per una distinzione non aiuta certo la descrizione morfologica originale di pardalis e peraticus, fatta da Álvarez del Villar, poiche in essa le due popolazioni sono appena distinguibili e di fatto, morfologicamente, uguali. Gli habitat sono separati da soli 20 km di distanza e collegati tramite un canale, non si distinguono nemmeno sottopopolazioni.

I nomi che ho utilizzato qui, sono quelli ufficialmente usati dall'Instituto Nacional de Estadística y Geografía. Tuttavia, altrove potrebbero essere preferite altre denominazioni, perchè più spesso in uso o meglio conosciute dalle popolazioni locali.

Chapalichthys pardalis è stato descritto e rinvenuto nell'Ojo de Agua de Tocumbo (letteralmente occhio d’acqua di Tocumbo) dove acque di sorgente sono state captate e usate per una serie di vasche e piscine di un parco acquatico. La città di Tocumbo è a circa 12 km a nord di Los Reyes de Salgado. Una popolazione di Chapalichthys verrà rinvenuta, poco meno di due anni dopo, il 30 maggio del 1963, da J. Barrera nelle acque di presa di San Juanìco a circa 20 km a nord-ovest di Tocumbo. Questa popolazione venne inizialmente considerata, dallo stesso Alvarez, una nuova specie, e venne denominata: Chapalichthys peraticus.

Questi due habitat sono collegati tramite un canale laterale e si fondono nel Río Grande, che diventa il Río Itzícuaro dopo Los Reyes, poi di nuovo il Río Grande, un affluente occidentale del Río Balsas. In sintesi: le due stazioni di rinvenimento distano tra loro meno di 20 km e sono collegate.

L’unica specie raccolta da Álvarez del Villar nel 1963 nell'Ojo de Agua de Tocumbo assieme al Chapalichthys pardalis, era stata Poeciliopsis Poeciliopsis infans, più tardi nel 1979 Dolores Kingston rinvenì anche Neoophorus regalis. Una campionatura sull'habitat di un gruppo della Repubblica Ceca (Slaboch et al.) nel 2012 ha riscontrato pochi individui di Chapalichthys pardalis e maggiormente rappresentate altre specie, alcune non originarie del luogo e mai rinvenute in precedenza: Goodea atripinnis, Ilyodon whitei, Poeciliopsis Poeciliopsis infans, Poecilia mexicana, Poecilia reticulata e Xiphophorus hellerii. Nel 2016 Omar Domínguez Domínguez paventava che la popolazione potesse essere stata estirpata a causa dei processi di pulizia delle piscine del parco di Tocumbo. Un monitoraggio, commissionato dall’IUCN, per la valutazione della specie a Oscar Torres de León (2018) ha rivelato discreti numeri delle specie già trovate dal gruppo ceco, ma non più Chapalichthys pardalis confermando le paure di Domìnguez. La popolazione di Tocumbo viene considerata probabilmente estinta in natura.

Resta il fatto che, per una cinquantina di anni, la popolazione di San Juaníco è stata considerata una specie separata: Chapalichthys peraticus (Domínguez-Domínguez et al., 2005), ma recenti analisi genetiche e morfologiche (Miller et al., 2005; Kyle Piller, Southeastern Louisiana University, Hammond, Louisiana, USA) indicano che non ci sono differenze tali tra le due popolazioni per giustificare lo status di specie separate.

Attualmente si considerano appartenenti al genere Chapalichthys non tre specie distinte, come in precedenza, ma due: l’encaustus e, appunto, il pardalis alla quale è stata accorpata il peraticus.

Per i più curiosi, addentrandomi un po’ sulla terminologia scientifica, dirò che attualmente per la specie Chapalichthys pardalis, si distinguono due ESU.

L’acronimo ESU sta per: Unità Evolutivamente Significativa. Ogni unità esprime una popolazione isolata con caratteristiche genetiche diverse all'interno di una specie.

Le ESU sono definite da: genetica molecolare, morfologia e/o zoogeografia. Il loro scopo è quello di aiutare ad indicare differenti linee filogenetiche all'interno di una specie, probabilmente prodrome di una nuova speciazione.

L'abbreviazione di una ESU è composta dalle prime 3 lettere del genere, seguite dalle prime 2 lettere del nome della specie e da un numero in corso per ogni popolazione.

 

 

Nel caso specifico di Chapalichthys pardalis si parla quindi di Chapa1, che riguarda i pesci delle acque di presa della sorgente di Tocumbo (Chapalichthys pardalis), popolazione assai esigua se non estinta, e Chapa2 per la popolazione dell’acqua di presa di San Juanìco (Chapalichthys peraticus) con areale più ampio e numericamente più cospicua, ma comunque ancora con scarsa presenza tanto che la specie è in lista rossa dell’IUCN, ossia in pericolo critico.



Habitat in natura

L’habitat per quanto concerne la popolazione di Tocumbo è stato radicalmente stravolto. Le acque sono di una sorgente chiara che ormai è quasi interamente modificata in vasche e piscine in cemento, dove i pesci preferiscono stazionare ad una profondità tra il metro e i due metri. In origine, questa specie preferisce invece stazionare non oltre il mezzo metro. I substrati naturali erano: fango, ghiaia, e sassi con grande ricchezza di alghe e qualche giacinto d’acqua (Eichornia crassipes). Miller descrive temperature primaverili che vanno dai 21° ai 24 °, in inverno le temperature scendono sui 16°. Risulterà ancora più evidente dalle foto, prese dalla pagina facebook del parco acquatico di Tocumbo, che dell’habitat naturale di origine resta solo una flebile traccia.

La popolazione di San Juanìco vive in un habitat meno artefatto ma comunque fortemente antropizzato e sfruttato dall’agricoltura. L’uso massiccio e indiscriminato di diserbanti, concimi chimici, antiparassitari e quantaltro, in uso nell’agricoltura intensiva (in una parola: inquinamento) sono uno dei fattori della rarefazione dei Godeeidi messicani assieme all’introduzione di numerose specie alloctone. Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.

 

Morfologia e caratteristiche

In genere quando si raccoglie una nuova specie si assegna un “numero di collezione” e si stabilisce l’olotipo ossia un individuo depositato e descritto in una collezione biologica nota. Alvarez non assegnò un numero di collezione alla sua prima cattura di Tocumbo del 1961, ne stabilì invece l’olotipo: una femmina adulta di 57,2 mm; l’allotipo: un maschio di 62 mm e i paratipi: individui tra i 13 e i 63,5 mm.

Mi rendo conto che probabilmente questa premessa abbia potuto annoiare qualcuno, ho voluto farla perchè ritengo che un minimo di terminologia scientifica e una piccola infarinatura un acquariofilo la debba avere. Quindi per una nuova specie in genere si stabilisce: l’olotipo (primo individuo raccolto), l’allotipo (ossia il primo individuo raccolto di sesso opposto) e i paratipi (ossia gli individui raccolti succesivamente ai primi due).

Detto questo prometto di descrivere la specie, con un approccio da Acquariofilo...

Chapalichthys pardalis è un pesciolino di aspetto piutosto tozzo, da adulto raggiunge i 6,5 cm, alcuni descrivono i maschi come leggermente più grandi delle femmine. La colorazione la si può immaginare già in base al nome: pardalis, parola che deriva dal latino "pardus", a sua volta di derivazione greca (párdos (πάρδος) significa "il chiazzato" o "Pantera") da qui l'aggettivo pardalis ossia "chiazzato” o “colorato come un Pantera”.

Nelle due foto sovrastanti: nella prima la mia femmina nella seconda il maschio.

Da queste foto si possono notare anche i due caratteri secondari che ci permettono di distinguere i sessi. Nella femmina la pinna dorsale ha i raggi più corti, nel maschio i raggi della pinna dorsale sono più lunghi.

Altro carattere che distingue i due sessi è una leggera bordatura giallo oro sul bordo esterno della coda del maschio, assente nella femmina (in realtà questo dato non è riportato da tutti in letteratura qualcuno sostiene che nella femmina questa bordatura sia solo più tenue, nel mio caso è del tutto assente. Alcuni riportano anche una leggera colorazione gialla sul ventre della femmina però, non sempre presente).

Il carattere primario di dimorfismo sessuale è quello tipico di tutti i Goodeidi, ossia lo Splitfin (letteralmente: pinna divisa) nei maschi, dove, dopo i primi sette raggi della pinna anale vi è una tacca che forma l’organo copulatore di tutti i Goodeidi. Nelle femmine la pinna anale si presenta senza alcuna interruzione. Nei Goodeidi l’organo copulatore non è ben formato, come nel caso del gonopodio nei Poecilidi. La fecondazione è interna, durante l’accoppiamento gli orifizi dei due sessi aderiscono e gli spermatozoi incontrano l’ovulo all’interno della femmina. Le femmine non hanno possibilità di conservare i gameti maschili quindi ogni covata necessita di una fecondazione.

A differenza dei Poecilidi i Goodeidi sono una specie vivipara e non ovovipara, la madre stabilisce un rapporto fisiologico con i nascituri, contribuendo alla loro nutrizione, tramite strutture dette trofotenie, funzionalmente simili al cordone ombellicale (analogia funzionale, non strutturale). La gestazione dura circa 8 settimane, le nascite nelle prime ore sono alquanto goffe ma non vengono predate dagli adulti.

In natura l’alimentazione è costituita principalmente da alghe, piccoli crostacei e aufwuchs, in acquario non sono particolarmente esigenti e accettano praticamente qualsiasi tipo di cibo. Così come non vi sono particolari esigenze riguardo la chimica dell’acqua. Fish base riporta un range di Ph da 7,2 a 8 ed una range di durezza da 25 gradi tedesci in su, non specificando nemmeno il valore massimo. Non vi è praticamente nessuna conflittualità intraspecifica, se non a volte in maschi della stessa taglia, il che in natura non dà problemi, potrebbe darne in piccoli acquari.

Esperienze personali

Dopo l’esperienza quasi casuale con Skiffia e quella ormai risalente alla preistoria con Xenotoca eiseni, il mio interesse per la famiglia dei Goodeidi è cresciuto notevolmente. Per lunghi periodi, vista la scarsa reperibilità sul mercato di Goodeidi, la mia passione è stata coltivata solo mediante asettiche ricerche su internet, utilissime comunque al reperimento di notizie e a migliorare la mia conoscenza. Da queste letture ho tratto gran parte delle informazioni riportate in questo articolo. Le notizie maggiori e più complete le ho trovate sul sito del GWG (Goodeid Working Group).

Mentre le mie conoscenze sul genere si ampliavano e pensavo ad un’altra specie di Goodeide da poter allevare, ho avuto modo di constatare che effettivamente in commercio di Goodeidi in Italia se ne trovano veramente pochi. Finalmente, spulciando una disponibilità di una serra della Republica Ceca lessi: Chapalichthys pardalis. Provo ad ordinarli 3-4 volte, ma nessun arrivo. Quando ormai non ci speravo più e la vasca che nei miei progetti gli avevo dedicato era ormai occupata, la sorpresa: dopo l’ennesimo ordine, arrivano 3 unità di Chapalichthys (ne avevo ordinati 10 ndr). A dire il vero parecchio malmessi. La reputai comunque un’occasione da non perdere e li portai a casa, approntando una sistemazione di fortuna. Usai una vaschetta di plastica a mo’ di sump collegata ad una vasca superiore con caridine nata senza filtro, ma costruita con scarico e carico per possibili modifiche future (ebbene lo ammetto: quando progettai la vasca pensavo alla possibilità di convertirlo in un piccolo marino. Chi mi conosce si meraviglierà di questo ma voglio tranquillizzarlo, è stato solo un attimo: l’idea è subito svanita nel nulla osservando Caridine...).

 

Dei tre individui iniziali uno era stremato dal viaggio ed in condizioni pessime, gli altri due erano preoccupantemente deperiti, comunque vispi ed attivi. Per le prime due settimanae ho nutrito abbondantemente con ogni tipo di cibo industriale, integrando due volte a settimana vario cibo vivo che ho in mastelli nell’orto. Soprattutto larve di zanzara e chironomus.

 

 

 

 

 

 

 

Faccio una piccola disgressione, per qualche acquariofilo la distinzione tra chironomus e larve di zanzara potrebbe sembrare inutile e ridondante. Ho voluto invece nominarli entrambi per correggere una inveiterata imprecisione che si fa in acquariofilia, definendo i chironomus surgelati come larve di zanzare. In realtà questo è un errore, non grave per un acquariofilo ma che farebbe svenire un entomologo: i chironomus sono larve di insetti simili alle zanzare ma appartenenti alla famiglia dei Chironomidae. Le zanzare sono insetti della famiglia dei Culicidae.


 

 

Questa distinzione ai mie pesci sembrò comunque non interessare e, dopo una ventina di gg, i due esemplari migliori erano in piena forma. Per mia e loro fortuna, si sono rivelati essere di sesso opposto. Il terzo soggetto non superò la prima settimana.

Il tempo concesso ai miei pesci per tornare in forma l’ho usato per allestire loro una sistemazione più dignitosa, nel rispetto della mia filosofia low cost. É mia ferma convinzione che la tecnologia sia utile (in alcuni casi ammetto indispensabile) ma nell’acquarifilia moderna se ne fa un abuso che spesso allontana potenziali “adepti”, facendo apparire a chi si avvicina, il nostro hobby, una pratica costosa e complicata solo per pochi. Io ritengo che la semplicità sia invece il motore che potrebbe portare un maggiore sviluppo dell’acquariofilia e soprattutto fornire una vera comprensione del mondo “acquario”, una volta compreso questo mondo tutta la tecnologia che volete...

 

Quindi la mia vasca è una semplice vasca autocostruita con vetri di recupero misura 44x44x26 (circa 45 litri). Come ghiaino ho usato della sabbia silicea per filtri da piscine, come subtrato fertile terriccio da vivaio in uso per allestimenti a verde: il vulcamix.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interessante il filtro home made fatto con una U di plastica (Passacavi esterno) e della spugna, funzionalmente un filtro di Amburgo azionato da una pompa di circa 200lit/h, che mi permette di avere un discreto movimento dell’acqua ma non eccessivo, come consigliato in letteratura. La gestione della vasca è semplice e si limita al cambio d’acqua quindicinale di circa un terzo. La conducibilità è di 350 microsiemens e il ph 7,6. La specie è subtropicale e non necessita di riscaldatore, la temperatura è quella di casa mia ossia: d’inverno minimo 17° d’estate massimo 28°.

Mi sono attenuto alle indicazioni trovate su internet anche per quanto riguarda la presenza di vegetazione per quantità ma non per qualità, Ho usato Vallisneria e Ludwigia, in attesa di Limnophila e Cerathophyllum, tutte piante a crescita veloce per far in modo in poco tempo di avere una presenza vegetale rilevante, e ho buttato alla rinfusa potature di altri acquari. Come arredi ho usato delle corteccie di leccio “rubate” dalla legnaia del vicino. Il risultato ottenuto a livello estetico potrei definirlo con un lieve punta di orgoglio: orrido...

 

 

 

 

 

 


Comunque, dopo un mesetto sotto una luce a led da 14 watt della sun sun, e con l’aggiunta di qualche altra piantina ebbi una crescita vegetale accettabile e un discreto proliferare di alghe filamentose. L’aspetto della vasca non migliorò affatto, e farebbe inorridire molti, ma credo di aver ricreato, per quanto possibile, un ambiente simile a quello di origine.



I pesci hanno comunque gradito e dopo 3 mesi dall’introduzione in vasca avvenuta a fine aprile, nei primi giorni di agosto la femmina partorì 12 avannotti.Gli avannotti dei Goodeidi sono in numero molto ridotto, in quanto la loro dimensione alla nascita arriva tranquillamente al centimetro, un parto sulle 20 unità è da considerarsi un’eccezione. Normalmente si hanno dalle 10 alle 15 nuove nascite per parto. La loro strategia evolutiva prevede un minor numero di nascite ma una maggiore possibilità di soppravvivenza. Come indicato in letteratura gli adulti non predano la prole, quindi è stata lasciata nella vasca originaria.

Attualmente nella mia vasca ho: la coppia di origine e 12 pesciolini che dopo 7 mesi misurano circa 3 cm. Per quanto detto in precedenza sulle possibili scaramucce tra maschi, dovrò a breve allestire una vasca più grande. La crescita si sta rivelando lenta ma uniforme. Non ho trovato indicazioni in letteratura, quindi non saprei se nella norma, però suppongo che la mia vasca sia troppo piccola. Altro motivo per aumentare lo spazio a loro dedicato, con buona pace della consorte.

Alcuni consigliano di fare l’accrescimento all’aperto, cosa che ho provato con la Skiffia ma con risultati sfortunati, quando il mio vicino d’orto ha “ramato” la vite e le mie Skiffia sono state quasi azzerate: me ne rimangono solo due esemplari peraltro maschi... In tutta sincerita questa esperienza negativa all’aperto, l’ho avuta solo con Skiffia e l’attribuisco all’evento “ramatura” poiche non so darmi altre spiegazioni, ma da circa tre anni allestisco due, tre mastelli con guppy ibridi endler che lascio fuori da maggio a settembre/ottobre e devo dire che i risultati sono ottimi sia come crescita che come colori.

Durante le vacanze di Natale, quindi a circa 5 mesi di distanza dalla prima la femmina ha avuto un secondo parto di circa 14 esemplari, purtroppo quella covata è andata perduta per motivi che non conosco. Forse per la competizione alimentare con i fratelli più grandi o forse perche nei miei 10 giorni di assenza la caldaia è andata in blocco e la temperatura è scesa sotto i 14°, probabilmente per delle nascite una temperatura troppo bassa mentre dai genitori e dalla covata precedente è stata sopportata benissimo.

 


 

Aggiungo solo delle brevi considerazioni dicendo semplicemente che a mio giudizio il Chapalichthys pardalis, così come molte altre specie di Goodeidi, è un pesciolino colpevolmente dimenticato dalla maggior parte degli acquariofili, quando invece potrebbe essere un discreto pesce scuola vista la sua indubbia robustezza e adattabilità, non richiede spazi troppo grandi e permette allestimenti di tutto rispetto anche a livello estetico se lo si vuole (certo la mia vasca da questo punto di vista non è un buon promo...). Ovviamente ci sono altre notevoli implicazioni in una maggiore diffusione dei Goodeidi nei nostri acquari, preferisco lasciarvi con quello che dice la pagina del GWG. ed una foto attuale della mia vaschetta di Chapalichthys pardalis.

Implicazioni per gli acquariofili (Dalla  pagina del GWG da me tradotta liberamente e a fatica)

Un tempo i Goodeidi erano il gruppo più numeroso, diffuso e vario di pesci del Messico centrale Ora sono in una situazione di pericolo, ridotti ad una piccolo numero rispetto alla loro precedente abbondanza e con gli areali ridotti. Se si vogliono far sopravvivere al 21° secolo, devono essere intraprese importanti iniziative di conservazione. Le residue popolazioni selvatiche devono essere protette e le popolazioni perdute reintrodotte laddove possibile.

Gli acquariofili possono svolgere un ruolo importante sia nella protezione che nella possibilità di reinserimento in natura. Possono sostenere e promuovere gruppi e progetti messicani e internazionali incentrati sulla conservazione degli habitat di acqua dolce e della diversità autoctona all'interno della gamma dei goodeidi. Possono mettere a disposizione le loro esperienze nell’allevamento dei Goodeidi e fornire a scienziati e ambientalisti informazioni essenziali sulla biologia che non possono essere studiate dalle popolazioni selvatiche rimaste. Ma soprattuto, gli acquariofili possono mantenere popolazioni in cattività di Goodeidi per fornire una fonte per reintroduzioni in habitat ripristinati, per fornire esemplari per studi scientifici e istruzione pubblica e per impedire alle specie di estinguersi totalmente una volta che lo saranno in natura. Attualmente solo poche istituzioni educative e scientifiche mantengono Goodeidi e una maggiore presenza di Goodeidi nelle vasche degli acquariofili può aiutare a garantire che queste specie non scompaiano anche dai nostri acquari.

© Sandro Fasoli

Fonti:

Le foto della cartina del Messico e dell’habitat di San Janìco sono prese da Google Maps, quelle dell’Ojo de agua de Tocumbo dalla pagina Facebook del parco, quella dello stato sulla popolazione di Capalichtys dal sito della IUNC. Le altre foto sono tutte dei pesci e delle vasche dell’Autore.

Molte delle notizie sono tratte dal sito del GWD che invito chiunqe voglia approfondire la sua conoscenza sui Goodeidi a visitare: http://www.goodeidworkinggroup.com/

 

Eccomi qui a raccontare di una nuova esperienza con un pesce, non comunissimo, ma che per vari motivi ritengo interessante e ne auspico una più larga diffusione nei nostri acquari.

A chi ha avuto la bontà di leggere il mio precedente articolo, su una specie dello stesso genere, questi motivi sono noti. Protagonista di quell’articolo è stata la Skiffia mulctipunctata, interessante pesciolino delle acque interne messicane, appartenente alla famiglia dei Goodeidae. In questa esperienza vi parlerò di un altro membro della famiglia il Chapalichthys pardalis.

Storia della specie e distribuzione

La prima descrizione della specie è da attribuirsi a Josè Alvarez del Villar, studioso a cui molto si deve per la conoscenza dei pesci delle acque dolci messicane. Alvarez, insieme al suo stretto collaboratore Salvador Contreras-Balderas, concentrò la sua ricerca principalmente sullo studio e sulla raccolta dei pesci nelle acque interne messicane, nel 1951 fu uno dei membri fondatori della Sociedad Mexicana de Hidrobiología.

Nei suoi studi Josè Alvarez del Villar descrisse 35 nuovi taxa tra cui appunto Chapalichthys pardalis, pescato per la prima volta il 23 settembre del 1961 nelle acque attorno a Tocumbo.

Il genere Chapalichthys è endemico degli stati federali messicani di Michoacán e Jalisco. Nello stato di Jalisco ve ne è un rappresentante nel lago Chapala, il Chapalichthys encaustus (Jordan & Snyder 1899). A questa specie si deve il nome del genere: Chapal (del lago Chapala) più ichthys (dal greco pesce) quindi, semplicemente: pesce del lago Chapala.

Per un certo periodo ci sono state dispute sulla classificazione delle specie di Chapalichthys. Al genere vennero attribuite inizialmente tre specie: Chapalichthys encaustus (Barred Splitfin in messicano: Pintito de Ocotlán), Chapalichthys pardalis (Polka-dot splitfin, Pintito de Tocumbo) e Chapalichthys peraticus (Alien splitfin, Pintido de San Juaníco). Attualmente queste ultime due specie sono considerate una sola.

La disputa e l’incertezza tassonomica sono giustificate dai luoghi di ritrovamento della specie in questione. Per una distinzione non aiuta certo la descrizione morfologica originale di pardalis e peraticus, fatta da Álvarez del Villar, poiche in essa le due popolazioni sono appena distinguibili e di fatto, morfologicamente, uguali. Gli habitat sono separati da soli 20 km di distanza e collegati tramite un canale, non si distinguono nemmeno sottopopolazioni.

I nomi che ho utilizzato qui, sono quelli ufficialmente usati dall'Instituto Nacional de Estadística y Geografía. Tuttavia, altrove potrebbero essere preferite altre denominazioni, perchè più spesso in uso o meglio conosciute dalle popolazioni locali.

Chapalichthys pardalis è stato descritto e rinvenuto nell'Ojo de Agua de Tocumbo (letteralmente occhio d’acqua di Tocumbo) dove acque di sorgente sono state captate e usate per una serie di vasche e piscine di un parco acquatico. La città di Tocumbo è a circa 12 km a nord di Los Reyes de Salgado. Una popolazione di Chapalichthys verrà rinvenuta, poco meno di due anni dopo, il 30 maggio del 1963, da J. Barrera nelle acque di presa di San Juanìco a circa 20 km a nord-ovest di Tocumbo. Questa popolazione venne inizialmente considerata, dallo stesso Alvarez, una nuova specie, e venne denominata: Chapalichthys peraticus.

Questi due habitat sono collegati tramite un canale laterale e si fondono nel Río Grande, che diventa il Río Itzícuaro dopo Los Reyes, poi di nuovo il Río Grande, un affluente occidentale del Río Balsas. In sintesi: le due stazioni di rinvenimento distano tra loro meno di 20 km e sono collegate.

L’unica specie raccolta da Álvarez del Villar nel 1963 nell'Ojo de Agua de Tocumbo assieme al Chapalichthys pardalis, era stata Poeciliopsis Poeciliopsis infans, più tardi nel 1979 Dolores Kingston rinvenì anche Neoophorus regalis. Una campionatura sull'habitat di un gruppo della Repubblica Ceca (Slaboch et al.) nel 2012 ha riscontrato pochi individui di Chapalichthys pardalis e maggiormente rappresentate altre specie, alcune non originarie del luogo e mai rinvenute in precedenza: Goodea atripinnis, Ilyodon whitei, Poeciliopsis Poeciliopsis infans, Poecilia mexicana, Poecilia reticulata e Xiphophorus hellerii. Nel 2016 Omar Domínguez Domínguez paventava che la popolazione potesse essere stata estirpata a causa dei processi di pulizia delle piscine del parco di Tocumbo. Un monitoraggio, commissionato dall’IUCN, per la valutazione della specie a Oscar Torres de León (2018) ha rivelato discreti numeri delle specie già trovate dal gruppo ceco, ma non più Chapalichthys pardalis confermando le paure di Domìnguez. La popolazione di Tocumbo viene considerata probabilmente estinta in natura.

Resta il fatto che, per una cinquantina di anni, la popolazione di San Juaníco è stata considerata una specie separata: Chapalichthys peraticus (Domínguez-Domínguez et al., 2005), ma recenti analisi genetiche e morfologiche (Miller et al., 2005; Kyle Piller, Southeastern Louisiana University, Hammond, Louisiana, USA) indicano che non ci sono differenze tali tra le due popolazioni per giustificare lo status di specie separate.

Attualmente si considerano appartenenti al genere Chapalichthys non tre specie distinte, come in precedenza, ma due: l’encaustus e, appunto, il pardalis alla quale è stata accorpata il peraticus.

Per i più curiosi, addentrandomi un po’ sulla terminologia scientifica, dirò che attualmente per la specie Chapalichthys pardalis, si distinguono due ESU.

L’acronimo ESU sta per: Unità Evolutivamente Significativa. Ogni unità esprime una popolazione isolata con caratteristiche genetiche diverse all'interno di una specie.

Le ESU sono definite da: genetica molecolare, morfologia e/o zoogeografia. Il loro scopo è quello di aiutare ad indicare differenti linee filogenetiche all'interno di una specie, probabilmente prodrome di una nuova speciazione.

L'abbreviazione di una ESU è composta dalle prime 3 lettere del genere, seguite dalle prime 2 lettere del nome della specie e da un numero in corso per ogni popolazione.


Nel caso specifico di Chapalichthys pardalis si parla quindi di Chapa1, che riguarda i pesci delle acque di presa della sorgente di Tocumbo (Chapalichthys pardalis), popolazione assai esigua se non estinta, e Chapa2 per la popolazione dell’acqua di presa di San Juanìco (Chapalichthys peraticus) con areale più ampio e numericamente più cospicua, ma comunque ancora con scarsa presenza tanto che la specie è in lista rossa dell’IUCN, ossia in pericolo critico.



Habitat in natura

L’habitat per quanto concerne la popolazione di Tocumbo è stato radicalmente stravolto. Le acque sono di una sorgente chiara che ormai è quasi interamente modificata in vasche e piscine in cemento, dove i pesci preferiscono stazionare ad una profondità tra il metro e i due metri. In origine, questa specie preferisce invece stazionare non oltre il mezzo metro. I substrati naturali erano: fango, ghiaia, e sassi con grande ricchezza di alghe e qualche giacinto d’acqua (Eichornia crassipes). Miller descrive temperature primaverili che vanno dai 21° ai 24 °, in inverno le temperature scendono sui 16°. Risulterà ancora più evidente dalle foto, prese dalla pagina facebook del parco acquatico di Tocumbo, che dell’habitat naturale di origine resta solo una flebile traccia.

 

La popolazione di San Juanìco vive in un habitat meno artefatto ma comunque fortemente antropizzato e sfruttato dall’agricoltura. L’uso massiccio e indiscriminato di diserbanti, concimi chimici, antiparassitari e quantaltro, in uso nell’agricoltura intensiva (in una parola: inquinamento) sono uno dei fattori della rarefazione dei Godeeidi messicani assieme all’introduzione di numerose specie alloctone.


Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.

Morfologia e caratteristiche

In genere quando si raccoglie una nuova specie si assegna un “numero di collezione” e si stabilisce l’olotipo ossia un individuo depositato e descritto in una collezione biologica nota. Alvarez non assegnò un numero di collezione alla sua prima cattura di Tocumbo del 1961, ne stabilì invece l’olotipo: una femmina adulta di 57,2 mm; l’allotipo: un maschio di 62 mm e i paratipi: individui tra i 13 e i 63,5 mm.

Mi rendo conto che probabilmente questa premessa abbia potuto annoiare qualcuno, ho voluto farla perchè ritengo che un minimo di terminologia scientifica e una piccola infarinatura un acquariofilo la debba avere. Quindi per una nuova specie in genere si stabilisce: l’olotipo (primo individuo raccolto), l’allotipo (ossia il primo individuo raccolto di sesso opposto) e i paratipi (ossia gli individui raccolti succesivamente ai primi due).

Detto questo prometto di descrivere la specie, con un approccio da Acquariofilo...

Chapalichthys pardalis è un pesciolino di aspetto piutosto tozzo, da adulto raggiunge i 6,5 cm, alcuni descrivono i maschi come leggermente più grandi delle femmine. La colorazione la si può immaginare già in base al nome: pardalis, parola che deriva dal latino "pardus", a sua volta di derivazione greca (párdos (πάρδος) significa "il chiazzato" o "Pantera") da qui l'aggettivo pardalis ossia "chiazzato” o “colorato come un Pantera”.

Nella due foto sovrastanti: nella prima la mia femmina nella seconda il maschio.

Da queste foto si possono notare anche i due caratteri secondari che ci permettono di distinguere i sessi. Nella femmina la pinna dorsale ha i raggi più corti, nel maschio i raggi della pinna dorsale sono più lunghi.

Altro carattere che distingue i due sessi è una leggera bordatura giallo oro sul bordo esterno della coda del maschio, assente nella femmina (in realtà questo dato non è riportato da tutti in letteratura qualcuno sostiene che nella femmina questa bordatura sia solo più tenue, nel mio caso è del tutto assente. Alcuni riportano anche una leggera colorazione gialla sul ventre della femmina però, non sempre presente).


Il carattere primario di dimorfismo sessuale è quello tipico di tutti i Goodeidi, ossia lo Splitfin (letteralmente: pinna divisa) nei maschi, dove, dopo i primi sette raggi della pinna anale vi è una tacca che forma l’organo copulatore di tutti i Goodeidi. Nelle femmine la pinna anale si presenta senza alcuna interruzione. Nei Goodeidi l’organo copulatore non è ben formato, come nel caso del gonopodio nei Poecilidi. La fecondazione è interna, durante l’accoppiamento gli orifizi dei due sessi aderiscono e gli spermatozoi incontrano l’ovulo all’interno della femmina. Le femmine non hanno possibilità di conservare i gameti maschili quindi ogni covata necessita di una fecondazione.

A differenza dei Poecilidi i Goodeidi sono una specie vivipara e non ovovipara, la madre stabilisce un rapporto fisiologico con i nascituri, contribuendo alla loro nutrizione, tramite strutture dette trofotenie, funzionalmente simili al cordone ombellicale (analogia funzionale, non strutturale). La gestazione dura circa 8 settimane, le nascite nelle prime ore sono alquanto goffe ma non vengono predate dagli adulti.

In natura l’alimentazione è costituita principalmente da alghe, piccoli crostacei e aufwuchs, in acquario non sono particolarmente esigenti e accettano praticamente qualsiasi tipo di cibo. Così come non vi sono particolari esigenze riguardo la chimica dell’acqua. Fish base riporta un range di Ph da 7,2 a 8 ed una range di durezza da 25 gradi tedesci in su, non specificando nemmeno il valore massimo. Non vi è praticamente nessuna conflittualità intraspecifica, se non a volte in maschi della stessa taglia, il che in natura non dà problemi, potrebbe darne in piccoli acquari.

Esperienze personali

Dopo l’esperienza quasi casuale con Skiffia e quella ormai risalente alla preistoria con Xenotoca eiseni, il mio interesse per la famiglia dei Goodeidi è cresciuto notevolmente. Per lunghi periodi, vista la scarsa reperibilità sul mercato di Goodeidi, la mia passione è stata coltivata solo mediante asettiche ricerche su internet, utilssime comunque al reperimento di notizie e a migliorare la mia conoscenza. Da queste letture ho tratto gran parte delle informazioni riportate in questo articolo. Le notizie maggiori e più complete le ho trovate sul sito del GWG (Goodeid Working Group).

Mentre le mie conoscenze sul genere si ampliavano e pensavo ad un’altra specie di Goodeide da poter allevare, ho avuto modo di constatare che effettivamente in commercio di Goodeidi in Italia se ne trovano veramente pochi. Finalmente, spulciando una disponibilità di una serra della Republica Ceca lessi: Chapalichthys pardalis. Provo ad ordinarli 3-4 volte, ma nessun arrivo. Quando ormai non ci speravo più e la vasca che nei miei progetti gli avevo dedicato era ormai occupata, la sorpresa: dopo l’ennesimo ordine, arrivano 3 unità di Chapalichthys (ne avevo ordinati 10 ndr). A dire il vero parecchio malmessi. La reputai comunque un’occasione da non perdere e li portai a casa, approntando una sistemazione di fortuna. Usai una vaschetta di plastica a mo’ di sump collegata ad una vasca superiore con caridine nata senza filtro, ma costruita con scarico e carico per possibili modifiche future (ebbene lo ammetto: quando progettai la vasca pensavo alla possibilità di convertirlo in un piccolo marino. Chi mi conosce si meraviglierà di questo ma voglio tranquillizzarlo, è stato solo un attimo: l’idea è subito svanita nel nulla osservando Caridine...).

Dei tre individui iniziali uno era stremato dal viaggio ed in condizioni pessime, gli altri due erano preoccupantemente deperiti, comunque vispi ed attivi. Per le prime due settimanae ho nutrito abbondantemente con ogni tipo di cibo industriale, integrando due volte a settimana vario cibo vivo che ho in mastelli nell’orto. Soprattutto larve di zanzara e chironomus.

Faccio una piccola disgressione, per qualche acquariofilo la distinzione tra chironomus e larve di zanzara potrebbe sembrare inutile e ridondante. Ho voluto invece nominarli entrambi per correggere una inveiterata imprecisione che si fa in acquariofilia, definendo i chironomus surgelati come larve di zanzare. In realtà questo è un errore, non grave per un acquariofilo ma che farebbe svenire un entomologo: i chironomus sono larve di insetti simili alle zanzare ma appartenenti alla famiglia dei Chironomidae. Le zanzare sono insetti della famiglia dei Culicidae.

Questa distinzione ai mie pesci sembrò comunque non interessare e, dopo una ventina di gg, i due esemplari migliori erano in piena forma. Per mia e loro fortuna, si sono rivelati essere di sesso opposto. Il terzo soggetto non superò la prima settimana.

Il tempo concesso ai miei pesci per tornare in forma l’ho usato per allestire loro una sistemazione più dignitosa, nel rispetto della mia filosofia low cost. É mia ferma convinzione che la tecnologia sia utile (in alcuni casi ammetto indispensabile) ma nell’acquarifilia moderna se ne fa un abuso che spesso allontana potenziali “adepti”, facendo apparire a chi si avvicina, il nostro hobby, una pratica costosa e complicata solo per pochi. Io ritengo che la semplicità sia invece il motore che potrebbe portare un maggiore sviluppo dell’acquariofilia e soprattutto fornire una vera comprensione del mondo “acquario”, una volta compreso questo mondo tutta la tecnologia che volete...

Quindi la mia vasca è una semplice vasca autocostruita con con vetri di recupero misura 44x44x26 (circa 45 litri). Come ghiaino ho usato della sabbia silicea per filtri da piscine, come subtrato fertile terriccio da vivaio in uso per allestimenti a verde: il vulcamix.

Interessante il filtro home made fatto con una U di plastica (Passacavi esterno) e della spugna, funzionalmente un filtro di Amburgo azionato da una pompa di circa 200lit/h, che mi permette di avere un discreto movimento dell’acqua ma non eccessivo, come consigliato in letteratura. La gestione della vasca è semplice e si limita al cambio d’acqua quindicinale di circa un terzo. La conducibilità è di 350 microsiemens e il ph 7,6. La specie è subtropicale e non necessita di riscaldatore, la temperatura è quella di casa mia ossia: d’inverno minimo 17° d’estate massimo 28°.

Mi sono attenuto alle indicazioni trovate su internet anche per quanto riguarda la presenza di vegetazione per quantità ma non per qualità, Ho usato Vallisneria e Ludwigia, in attesa di Limnophila e Cerathophyllum, tutte piante a crescita veloce per far in modo in poco tempo di avere una presenza vegetale rilevante, e ho buttato alla rinfusa potature di altri acquari. Come arredi ho usato delle corteccie di leccio “rubate” dalla legnaia del vicino. Il risultato ottenuto a livello estetico potrei definirlo con un lieve punta di orgoglio: orrido...

Comunque, dopo un mesetto sotto una luce a led da 14 watt della sun sun, e con l’aggiunta di qualche altra piantina ebbi una crescita vegetale accettabile e un discreto proliferare di alghe filamentose. L’aspetto della vasca non migliorò affatto, e farebbe inorridire molti, ma credo di aver ricreato, per quanto possibile, un ambiente simile a quello di origine. I pesci hanno comunque gradito e dopo 3 mesi dall’introduzione in vasca avvenuta a fine aprile, nei primi giorni di agosto la femmina partorì 12 avannotti.

Gli avannotti dei Goodeidi sono in numero molto ridotto, in quanto la loro dimensione alla nascita arriva tranquillamente al centimetro, un parto sulle 20 unità è da considerarsi un’eccezione. Normalmente si hanno dalle 10 alle 15 nuove nascite per parto. La loro strategia evolutiva prevede un minor numero di nascite ma una maggiore possibilità di soppravvivenza. Come indicato in letteratura gli adulti non predano la prole, quindi è stata lasciata nella vasca originaria.

Attualmente nella mia vasca ho: la coppia di origine e 12 pesciolini che dopo 7 mesi misurano circa 3 cm. Per quanto detto in precedenza sulle possibili scaramucce tra maschi, dovrò a breve allestire una vasca più grande. La crescita si sta rivelando lenta ma uniforme. Non ho trovato indicazioni in letteratura, quindi non saprei se nella norma, però suppongo che la mia vasca sia troppo piccola. Altro motivo per aumentare lo spazio a loro dedicato, con buona pace della consorte.

Alcuni consigliano di fare l’accrescimento all’aperto, cosa che ho provato con la Skiffia ma con risultati sfortunati, quando il mio vicino d’orto ha “ramato” la vite e le mie Skiffia sono state quasi azzerate: me ne rimangono solo due esemplari peraltro maschi... In tutta sincerita questa esperienza negativa all’aperto, l’ho avuta solo con Skiffia e l’attribuisco all’evento “ramatura” poiche non so darmi altre spiegazioni, ma da circa tre anni allestisco due, tre mastelli con guppy ibridi endler che lascio fuori da maggio a settembre/ottobre e devo dire che i risultati sono ottimi sia come crescita che come colori.

Durante le vacanze di Natale, quindi a circa 5 mesi di distanza dalla prima la femmina ha avuto un secondo parto di circa 14 esemplari, purtroppo quella covata è andata perduta per motivi che non conosco. Forse per la competizione alimentare con i fratelli più grandi o forse perche nei miei 10 giorni di assenza la caldaia è andata in blocco e la temperatura è scesa sotto i 14°, probabilmente per delle nascite una temperatura troppo bassa mentre dai genitori e dalla covata precedente è stata sopportata benissimo.

Aggiungo solo delle brevi considerazioni dicendo semplicemente che a mio giudizio il Chapalichthys pardalis, così come molte altre specie di Goodeidi, è un pesciolino colpevolmente dimenticato dalla maggior parte degli acquariofili, quando invece potrebbe essere un discreto pesce scuola vista la sua indubbia robustezza e adattabilità, non richiede spazi troppo grandi e permette allestimenti di tutto rispetto anche a livello estetico se lo si vuole (certo la mia vasca da questo punto di vista non è un buon promo...). Ovviamente ci sono altre notevoli implicazioni in una maggiore diffusione dei Goodeidi nei nostri acquari, preferisco lasciarvi con quello che dice la pagina del GWG. ed una foto attuale della mia vaschetta di Chapalichthys pardalis.

Implicazioni per gli acquariofili (Dalla pagina del GWG da me tradotta liberamente e a fatica)

Un tempo i Goodeidi erano il gruppo più numeroso, diffuso e vario di pesci del Messico centrale Ora sono in una situazione di pericolo, ridotti ad una piccolo numero rispetto alla loro precedente abbondanza e con gli areali ridotti. Se si vogliono far sopravvivere al 21° secolo, devono essere intraprese importanti iniziative di conservazione. Le residue popolazioni selvatiche devono essere protette e le popolazioni perdute reintrodotte laddove possibile.

Gli acquariofili possono svolgere un ruolo importante sia nella protezione che nella possibilità di reinserimento in natura. Possono sostenere e promuovere gruppi e progetti messicani e internazionali incentrati sulla conservazione degli habitat di acqua dolce e della diversità autoctona all'interno della gamma dei goodeidi. Possono mettere a disposizione le loro esperienze nell’allevamento dei Goodeidi e fornire a scienziati e ambientalisti informazioni essenziali sulla biologia che non possono essere studiate dalle popolazioni selvatiche rimaste. Ma soprattuto, gli acquariofili possono mantenere popolazioni in cattività di Goodeidi per fornire una fonte per reintroduzioni in habitat ripristinati, per fornire esemplari per studi scientifici e istruzione pubblica e per impedire alle specie di estinguersi totalmente una volta che lo saranno in natura. Attualmente solo poche istituzioni educative e scientifiche mantengono Goodeidi e una maggiore presenza di Goodeidi nelle vasce degli acquariofili può aiutare a garantire che queste specie non scompaiano anche dai nostri acquari.

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