Lo Scalare

pterophillum scalare

LO SCALARE

di Luciano Di Tizio

Scalari, sempre scalari, fortissimamente scalari. Il più amato dagli italiani? Forse. Intanto è costante la presenza di questo pesce nei primi dieci posti in qualsiasi classifica di vendita. Una popolarità che Pterophyllum scalare (Lichtenstein, 1823) – questa la sua esatta denominazione scientifica - ha sempre mantenuto, sin da quando, nel 1909, venne importato per la prima volta in Europa. Allora, per la verità, si trattata di un pesce problematico, non semplice da acclimatare e meno che mai da riprodurre. Un po’ come sono stati, sino a tempi recenti, i Discus. La pazienza degli allevatori e la plasticità della specie, che ha saputo presto adattarsi alle nuove condizioni, ne hanno fatto il pesce che tutti noi oggi conosciamo: robusto quanto basta, capace di tollerare persino qualche sbaglio da parte dell’appassionato e propenso a riprodursi in cattività anche senza particolari accorgimenti. Una specie insomma adatta al principiante, ma insieme capace, per la dinamica riproduttiva e per il vivace comportamento (si tratta pur sempre di un ciclide) di affascinare anche l’esperto. Un pesce peraltro capace persino di “parlare” visto che i maschi (forse solo loro, ma non ci sono certezze in tal senso) sono in grado di emettere suoni simili a schiocchi di dita e lo fanno in particolare quando sono eccitati, nelle lotte territoriali o nella fase degli amori.

 

Una lunga storia, quella dello scalare. Per la prima volta ce ne parla, almeno a noi europei, Lichtenstein che nel 1823 pubblica la descrizione scientifica di un pesce catturato in Brasile e conservato nel Museo di Berlino, che lui battezza Zeus scalaris, un nome che la dice subito lunga sulla “regalità” della specie, dedicata nientemeno al re degli dei. Non vi tedieremo con la successiva querelle sulla liceità di quella denominazione e con le varie proposte tassonomiche che si sono succedute nel tempo, limitandoci alle informazioni essenziali per arrivare al nome oggi in vigore: fu Hechel nel 1840 a istituire il genere Pterophyllum, cui attribuì come specie tipo P. scalaris, denominazione corretta in scalare da Gunther nel 1862 per un puro e semplice motivo grammaticale: l’esatta concordanza con Pterophyllum, parola che in latino è di genere neutro. Il merito della prima descrizione resta dunque a Lichtenstein e l’anno di descrizione resta il 1823: queste due indicazioni nella denominazione scientifica ufficiale sono però poste tra parentesi, proprio per indicare che c’è stata una successiva revisione, nel caso specifico quella di Hechel corretta da Gunther.

Oltre allo scalare, al genere Pterophyllum sono attribuite alcune altre specie (in totale da 2 a 5 secondo gli autori). Tra queste solo Pterophyllum altum Pellegrin, 1903 gode di una certa recente popolarità, ma nulla di paragonabile al nostro, presente in migliaia di vasche e praticamente in tutti i negozi italiani che si occupino anche marginalmente di acquariofilia.

Descrivere lo scalare ci sembra abbastanza inutile: ci limitiamo a ricordare, se mai ci leggesse anche un neofita alle primissime armi, che ha corpo discoidale, appena più lungo che alto, fortemente schiacciato sui fianchi, con pinne dorsale e anale particolarmente imponenti e in posizione opposta, che danno al pesce un aspetto d’insieme quasi triangolare, “alto” e imponente. Anche la pinna caudale è grande e vistosa mentre le ventrali sono trasformate in due caratteristici lunghi raggi filiformi. Le pinne pettorali sono invece piccole, ma decisamente possenti, dovendo sobbarcarsi quasi da sole la fatica di far nuotare il pesce.

Gli esemplari di cattura raggiungono una lunghezza massima intorno ai 15 cm (dalla piccola bocca alla coda) e una altezza di poco superiore ai 20 cm. Gli esemplari riprodotti in cattività, e in particolare le varietà “pinne a velo” possono essere anche notevolmente più grandi.

Discorso un po’ più complesso per la colorazione: la livrea classica, l’unica inizialmente conosciuta, prevede un fondo grigio argenteo con sfumature più scure sul dorso, marrone e/o verdastre. Sul corpo si stagliano quattro fasce verticali marrone scuro o, più spesso, nere, ben visibili quando il pesce è a suo agio ma che tendono invece a sbiadire sino a scomparire in caso di disagio (paura, malattia, condizioni ambientali inadatte…). La prima fascia attraversa l’occhio, la seconda inizia appena dopo i primi raggi della pinna dorsale e si spinge sino all’apertura anale, la terza, quasi sempre la più grande, attraversa il corpo in posizione un po’ arretrata e raggiunge anche le pinne dorsale e anale, la quarta è nei pressi del peduncolo caudale.

Partendo da questa livrea di base (ma anche da esemplari punteggiati di rosso scoperti non moltissimi anni or sono in natura) pazienti allevatori ne hanno creato tantissime varietà: argentata, grigia, bianca, dorata, marmorizzata, tigrata, nera, fumè, verde, “panda” e persino rossa. Un elenco certamente incompleto e destinato sempre più ad allungarsi. Alcune varietà sono oggettivamente molto belle, ma per quanto ci riguarda continuiamo a preferire la livrea selvatica, non foss’altro perché l’ha “inventata” Madre Natura, che ha sempre dimostrato di saperne più di noi. Ma questa è soltanto una preferenza personale.

Abbiamo fatto cenno al fatto che la prima descrizione è stata effettuata su esemplari catturati in Brasile: lo scalare (per inciso: pesce angelo, pesce paradiso, pesce vela e “angelfish” nei paesi anglofoni sono alcuni dei nomi comuni col quale è indicato) colonizza in effetti una vasta area del continente sud americano: il rio della Amazzoni centrale con i suoi affluenti sino al Perù e all’Ecuador orientale, dove è segnalato in compagnia di Mesonauta festivus. Gli esemplari oggi in commercio provengono tuttavia pressoché esclusivamente da riproduzioni in cattività effettuate ormai da moltissime generazioni. Riproduzioni che se da una parte hanno “rusticizzato” una specie un tempo problematica, l’hanno anche un po’ degenerata: oggi non sono rari gli esemplari rachitici e, soprattutto, sono frequenti le coppie incapaci di allevare la loro prole.

Ma andiamo con ordine, cominciando col dire che chi vuole allevare degli scalari deve acquistarne un gruppetto e non un esemplare isolato, che mal si adatterebbe all’acquario. Da adulto questo pesce vive di norma in coppie complessivamente stabili ed è, nelle fasi riproduttive, abbastanza territoriale. Ciò non toglie che vasche grandi con un certo numero di esemplari rappresentino la soluzione più “naturale” e idonea. Nel caso dei giovani questa scelta è addirittura obbligata.

Occorre un acquario da non meno di 100x40x40 cm, meglio se di più. Importante anche l’altezza, visto il notevole sviluppo che possono raggiungere le pinne. Nella letteratura si legge di riproduzioni positive in acquari anche notevolmente meno capienti rispetto alle misure indicate e noi stessi abbiamo a lungo riprodotto scalari in vasche 40x40x40, ciascuna dedicata a una singola coppia. Si trattava però di partner che si erano già scelti e in ogni caso di due soli pesci in una cinquantina di litri di capienza reale. Situazione particolare, insomma, e comunque non ideale.

Torniamo al nostro acquario: ghiaietto di granulometria media sul fondo, qualche legno di torbiera o di savana e piante robuste, qualcuna a foglia larga, con almeno una zona più riccamente piantata che possa servire da rifugio agli esemplari eventualmente in difficoltà. Illuminazione media. Buon impianto di filtraggio. Se avessimo scritto questa nota una trentina di anni or sono a questo punto vi avremmo anche consigliato un’acqua tenera e acida, simile a quella presente negli ambienti naturali della specie. Oggi possiamo limitarci a scrivere che saranno ben accetti un pH tra 6,5 e 7 o anche 7,5 e una durezza tra 5 e 15°dGH (con tolleranza sino a 20°); temperatura tra i 26 e i 30°C. Per la riproduzione tuttavia un’acqua un po’ acida e tenera darà risultati certamente migliori.

Un breve discorso anche per i compagni di vasca: si è detto del Mesonauta festivus, che ne condivide in alcuni areali l’habitat in natura. Per il resto la gran parte dei piccoli e tranquilli pesci di branco, purché allevati nella stessa vasca nella quale gli scalari sono stati accresciuti (altrimenti saranno scambiati per cibo vivo),i Microgeophagus e gli stessi Discus saranno ottimi coinquilini, insieme ai Corydoras e ad altri pesci di fondo non aggressivi e non eccessivamente vivaci. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Basterà invece consultare un buon libro che indichi gli areali di provenienza delle varie specie se si vogliono allevare insieme solo pesci teoricamente delle stesse zone geografiche, ma che in realtà sono stati riprodotti in tutt’altre parti del mondo.

Per completare il discorso dell’allevamento in cattività dobbiamo ancora dirvi dell’alimentazione, anche questa un tempo problematica (dall’epoca delle prime importazioni e sino agli anni ’50 del secolo scorso era praticamente indispensabile il cibo vivo) ma oggi semplicissima: vengono accettati con voracità praticamente tutti i cibi di produzione industriale.

Qualche informazione infine sul comportamento e sulla riproduzione, a cominciare dalla gerarchia che inevitabilmente si formerà in acquario (non è certo se ciò avvenga o meno anche in natura). Attraverso parate di minaccia e prove di forza, che due scalari attuano afferrandosi per la bocca e cercando di spingersi vicendevolmente sino a quando uno dei due non cede e fugge via, si determina una scala gerarchica instabile, continuamente messa in discussione, che dà vantaggi nella corsa al cibo e, forse, nella scelta del partner. Quando si formano le coppie, saranno invece il maschio e la femmina, in tandem, a misurarsi con gli altri, per cercare di avere un migliore territorio. Capita in questi casi che la coppia più forte riesca a far suo l’intero acquario costringendo in un angolo tutti gli altri pesci, che l’acquariofilo dovrà “salvare” spostandoli altrove.

Non c’è un vero e proprio dimorfismo sessuale: al di là di quel che si sente dire o si legge, soltanto la presenza della papilla genitale (conica nei maschi, a cono tronco nelle femmine), che compare in epoca riproduttiva, potrà darci infatti certezze assolute nella determinazione del sesso. Le coppie tuttavia si possono identificare con sufficiente attendibilità in base al comportamento: in un branco di giovani quando due esemplari tendono a isolarsi e si dedicano insieme alla pulizia di una foglia o altro substrato sono quasi certamente una coppia che si avvia alla deposizione. Attenzione, però. analoga certezza non c’è se alleviamo due soli scalari, perché sono segnalate finte riproduzioni che si spingono sino alla deposizione delle uova, ovviamente sterili, nel caso vengano erroneamente allevate due femmine e non una vera coppia.

Ma procediamo in un racconto “normale”: gruppetto di giovani che cresce insieme, si forma una coppia e l’appassionato la isola in una vasca tutta per loro, con al più qualche Corydoras a fungere da “fattore nemico”, per indurre i pesci a difendere le proprie uova. L’acquario per la riproduzione (consigliamo una vasca da almeno 60x40x45 cm) può essere arredato come un normale impianto di allevamento, ed è la soluzione che ci sembra migliore, oppure “nuda”, semplicemente con una pianta a foglie larga in vaso. Quale che sia la scelta, le cose procedono allo stesso modo: la coppia pulisce una foglia (o un altro substrato) per qualche giorno, con lena, e la difende da ogni eventuale intruso. Intorno alla foglia, quando saranno pronti, i due partner si concederanno vivaci danze al culmine delle quali, quasi sempre nelle ore del pomeriggio, si affiancano e si muovono freneticamente uno accanto all’altra, sino a quando lei non comincerà a deporre il suo carico di uova (da poche decine sino a un migliaio) in filari ravvicinati che il maschio, seguendola da presso, subito feconda. In un tempo che varia da pochi minuti sino a un’ora a mezza, secondo l’affiatamento e l’esperienza dei riproduttori, l’operazione sarà conclusa, e i due si dedicheranno insieme alla pulizia e alla ventilazione delle uova oltre che alla difesa del territorio. Schiusa in circa trenta ore a 30°C, in tre giorni a 27°C. Gli avannotti alla nascita sono grandi più o meno come una virgola in questo testo stampato. Nei primi giorni di vita consumeranno il sacco vitellino e resteranno sempre nei pressi del sito di nascita, mentre dopo 4 o 5 giorni cominceranno a muoversi liberamente, sempre curati e vigilati da entrambi i genitori. In questa fase sarà necessario l’intervento dell’appassionato che dovrà nutrire i pesciolini con infusori, rotiferi, Artemia appena schiusa e anche cibo in polvere per avannotti, che andrà servito, più volte al giorno, con l’aiuto di una pipetta o di un tubetto di plastica, direttamente nei pressi del branco dei neonati, badando bene a non innervosire i genitori che, dal momento della deposizione in poi, vanno lasciati più che mai tranquilli: di fronte a un qualsiasi pericolo potrebbero infatti reagire mangiando le uova o gli avannotti. Un comportamento solo apparentemente anomalo: in natura in presenza di un predatore troppo forte per essere allontanato, meglio per i genitori nutrirsi essi stessi della loro prole ormai indifendibile, per avere energie adeguate a una nuova riproduzione, piuttosto che abbandonarla nelle fauci dell’aggressore.

La dinamica riproduttiva sin qui descritta è quella ideale, che la specie, più o meno, effettua anche in natura e che è stata osservata decine di volte in acquario. Accennavamo però al fatto che lunghi anni di riproduzioni in cattività hanno sia migliorato sia peggiorato la specie. Molti esemplari sembrano oggi incapaci di allevare la prole: dopo la deposizione e la fecondazione vanno avanti per qualche ora o qualche giorno e poi invariabilmente la predano. Si ipotizza che ciò avvenga per il fatto che negli allevamenti industriali i genitori vengono regolarmente privati delle uova appena deposte e che questo alla lunga abbia finito col modificarne il comportamento. L’appassionato che vuole cimentarsi nella riproduzione degli scalari deve tuttavia provarci: se riuscirà a ottenere l’allevamento da parte dei genitori ne trarrà grandi soddisfazioni e avrà comunque contribuito a preservare un comportamento corretto, codificato in natura da millenni. Se i suoi riproduttori mangeranno le uova, provi innanzitutto a migliorare le condizioni di allevamento e a rendere i valori chimico fisici quanto più possibile adatti (pH 6,5; dGH 5-10°; T 28°C). Se tutto ciò fosse inutile, ma solo allora, si dovrà gioco forza ricorrere a un metodo alternativo prelevando la foglia con il suo prezioso carico e trasferendola, senza farla uscire dall’acqua, in un nido parto schermato con una fitta rete, all’interno dello stesso acquario: qui avverrà la schiusa e qui le larve andranno inizialmente nutrite con l’acquariofilo che dovrà sostituire i genitori rimuovendo le uova eventualmente non fecondate (quelle che diventano bianco latte) e ventilandole con l’aiuto di una lieve corrente d’acqua o inserendo un areatore. Gli scalari in ogni caso per alcuni mesi si riproducono con frequenza, anche ogni 20 giorni, alternando queste fasi feconde ad altre di riposo. Prima di arrendersi e prelevare la foglia, meglio attendere, anche a rischio di fare andare a male più di una covata. Se papà e mamma inizieranno a darsi da fare la vostra pazienza sarà infatti largamente ripagata. Ve lo possiamo garantire.

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