Articoli

Articoli
 

Esperienze in acquario su allevamento e ripoduzione di Chapalichthys pardalis

Esperienze in acquario su allevamento e ripoduzione di Chapalichthys pardalis

Eccomi qui a raccontare di una nuova esperienza con un pesce, non comunissimo, ma che per vari motivi ritengo interessante e ne auspico una più larga diffusione nei nostri acquari.

A chi ha avuto la bontà di leggere il mio precedente articolo, su una specie dello stesso genere, questi motivi sono noti. Protagonista di quell’articolo è stata la Skiffia mulctipunctata, interessante pesciolino delle acque interne messicane, appartenente alla famiglia dei Goodeidae. In questa esperienza vi parlerò di un altro membro della famiglia il Chapalichthys pardalis.

Storia della specie e distribuzione

La prima descrizione della specie è da attribuirsi a Josè Alvarez del Villar, studioso a cui molto si deve per la conoscenza dei pesci delle acque dolci messicane. Alvarez, insieme al suo stretto collaboratore Salvador Contreras-Balderas, concentrò la sua ricerca principalmente sullo studio e sulla raccolta dei pesci nelle acque interne messicane, nel 1951 fu uno dei membri fondatori della Sociedad Mexicana de Hidrobiología.

Nei suoi studi Josè Alvarez del Villar descrisse 35 nuovi taxa tra cui appunto Chapalichthys pardalis, pescato per la prima volta il 23 settembre del 1961 nelle acque attorno a Tocumbo.

Il genere Chapalichthys è endemico degli stati federali messicani di Michoacán e Jalisco. Nello stato di Jalisco ve ne è un rappresentante nel lago Chapala, il Chapalichthys encaustus (Jordan & Snyder 1899). A questa specie si deve il nome del genere: Chapal (del lago Chapala) più ichthys (dal greco pesce) quindi, semplicemente: pesce del lago Chapala.

Per un certo periodo ci sono state dispute sulla classificazione delle specie di Chapalichthys. Al genere vennero attribuite inizialmente tre specie: Chapalichthys encaustus (Barred Splitfin in messicano: Pintito de Ocotlán), Chapalichthys pardalis (Polka-dot splitfin, Pintito de Tocumbo) e Chapalichthys peraticus (Alien splitfin, Pintido de San  Juaníco). Attualmente queste ultime due specie sono considerate una sola.

La disputa e l’incertezza tassonomica sono giustificate dai luoghi di ritrovamento della specie in questione. Per una distinzione non aiuta certo la descrizione morfologica originale di pardalis e peraticus, fatta da Álvarez del Villar, poiche in essa le due popolazioni sono appena distinguibili e di fatto, morfologicamente, uguali. Gli habitat sono separati da soli 20 km di distanza e collegati tramite un canale, non si distinguono nemmeno sottopopolazioni.

I nomi che ho utilizzato qui, sono quelli ufficialmente usati dall'Instituto Nacional de Estadística y Geografía. Tuttavia, altrove potrebbero essere preferite altre denominazioni, perchè più spesso in uso o meglio conosciute dalle popolazioni locali.

Chapalichthys pardalis è stato descritto e rinvenuto nell'Ojo de Agua de Tocumbo (letteralmente occhio d’acqua di Tocumbo) dove acque di sorgente sono state captate e usate per una serie di vasche e piscine di un parco acquatico. La città di Tocumbo è a circa 12 km a nord di Los Reyes de Salgado. Una popolazione di Chapalichthys verrà rinvenuta, poco meno di due anni dopo, il 30 maggio del 1963, da J. Barrera nelle acque di presa di San Juanìco a circa 20 km a nord-ovest di Tocumbo. Questa popolazione venne inizialmente considerata, dallo stesso Alvarez, una nuova specie, e venne denominata: Chapalichthys peraticus.

Questi due habitat sono collegati tramite un canale laterale e si fondono nel Río Grande, che diventa il Río Itzícuaro dopo Los Reyes, poi di nuovo il Río Grande, un affluente occidentale del Río Balsas. In sintesi: le due stazioni di rinvenimento distano tra loro meno di 20 km e sono collegate.

L’unica specie raccolta da Álvarez del Villar nel 1963 nell'Ojo de Agua de Tocumbo assieme al Chapalichthys pardalis, era stata Poeciliopsis Poeciliopsis infans, più tardi nel 1979 Dolores Kingston rinvenì anche Neoophorus regalis. Una campionatura sull'habitat di un gruppo della Repubblica Ceca (Slaboch et al.) nel 2012 ha riscontrato pochi individui di Chapalichthys pardalis e maggiormente rappresentate altre specie, alcune non originarie del luogo e mai rinvenute in precedenza: Goodea atripinnis, Ilyodon whitei, Poeciliopsis Poeciliopsis infans, Poecilia mexicana, Poecilia reticulata e Xiphophorus hellerii. Nel 2016 Omar Domínguez Domínguez paventava che la popolazione potesse essere stata estirpata a causa dei processi di pulizia delle piscine del parco di Tocumbo. Un monitoraggio, commissionato dall’IUCN, per la valutazione della specie a Oscar Torres de León (2018) ha rivelato discreti numeri delle specie già trovate dal gruppo ceco, ma non più Chapalichthys pardalis confermando le paure di Domìnguez. La popolazione di Tocumbo viene considerata probabilmente estinta in natura.

Resta il fatto che, per una cinquantina di anni, la popolazione di San Juaníco è stata considerata una specie separata: Chapalichthys peraticus (Domínguez-Domínguez et al., 2005), ma recenti analisi genetiche e morfologiche (Miller et al., 2005; Kyle Piller, Southeastern Louisiana University, Hammond, Louisiana, USA) indicano che non ci sono differenze tali tra le due popolazioni per giustificare lo status di specie separate.

Attualmente si considerano appartenenti al genere Chapalichthys non tre specie distinte, come in precedenza, ma due: l’encaustus e, appunto, il pardalis alla quale è stata accorpata il peraticus.

Per i più curiosi, addentrandomi un po’ sulla terminologia scientifica, dirò che attualmente per la specie Chapalichthys pardalis, si distinguono due ESU.

L’acronimo ESU sta per: Unità Evolutivamente Significativa. Ogni unità esprime una popolazione isolata con caratteristiche genetiche diverse all'interno di una specie.

Le ESU sono definite da: genetica molecolare, morfologia e/o zoogeografia. Il loro scopo è quello di aiutare ad indicare differenti linee filogenetiche all'interno di una specie, probabilmente prodrome di una nuova speciazione.

L'abbreviazione di una ESU è composta dalle prime 3 lettere del genere, seguite dalle prime 2 lettere del nome della specie e da un numero in corso per ogni popolazione.

 

 

Nel caso specifico di Chapalichthys pardalis si parla quindi di Chapa1, che riguarda i pesci delle acque di presa della sorgente di Tocumbo (Chapalichthys pardalis), popolazione assai esigua se non estinta, e Chapa2 per la popolazione dell’acqua di presa di San Juanìco (Chapalichthys peraticus) con areale più ampio e numericamente più cospicua, ma comunque ancora con scarsa presenza tanto che la specie è in lista rossa dell’IUCN, ossia in pericolo critico.



Habitat in natura

L’habitat per quanto concerne la popolazione di Tocumbo è stato radicalmente stravolto. Le acque sono di una sorgente chiara che ormai è quasi interamente modificata in vasche e piscine in cemento, dove i pesci preferiscono stazionare ad una profondità tra il metro e i due metri. In origine, questa specie preferisce invece stazionare non oltre il mezzo metro. I substrati naturali erano: fango, ghiaia, e sassi con grande ricchezza di alghe e qualche giacinto d’acqua (Eichornia crassipes). Miller descrive temperature primaverili che vanno dai 21° ai 24 °, in inverno le temperature scendono sui 16°. Risulterà ancora più evidente dalle foto, prese dalla pagina facebook del parco acquatico di Tocumbo, che dell’habitat naturale di origine resta solo una flebile traccia.

La popolazione di San Juanìco vive in un habitat meno artefatto ma comunque fortemente antropizzato e sfruttato dall’agricoltura. L’uso massiccio e indiscriminato di diserbanti, concimi chimici, antiparassitari e quantaltro, in uso nell’agricoltura intensiva (in una parola: inquinamento) sono uno dei fattori della rarefazione dei Godeeidi messicani assieme all’introduzione di numerose specie alloctone. Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.

 

Morfologia e caratteristiche

In genere quando si raccoglie una nuova specie si assegna un “numero di collezione” e si stabilisce l’olotipo ossia un individuo depositato e descritto in una collezione biologica nota. Alvarez non assegnò un numero di collezione alla sua prima cattura di Tocumbo del 1961, ne stabilì invece l’olotipo: una femmina adulta di 57,2 mm; l’allotipo: un maschio di 62 mm e i paratipi: individui tra i 13 e i 63,5 mm.

Mi rendo conto che probabilmente questa premessa abbia potuto annoiare qualcuno, ho voluto farla perchè ritengo che un minimo di terminologia scientifica e una piccola infarinatura un acquariofilo la debba avere. Quindi per una nuova specie in genere si stabilisce: l’olotipo (primo individuo raccolto), l’allotipo (ossia il primo individuo raccolto di sesso opposto) e i paratipi (ossia gli individui raccolti succesivamente ai primi due).

Detto questo prometto di descrivere la specie, con un approccio da Acquariofilo...

Chapalichthys pardalis è un pesciolino di aspetto piutosto tozzo, da adulto raggiunge i 6,5 cm, alcuni descrivono i maschi come leggermente più grandi delle femmine. La colorazione la si può immaginare già in base al nome: pardalis, parola che deriva dal latino "pardus", a sua volta di derivazione greca (párdos (πάρδος) significa "il chiazzato" o "Pantera") da qui l'aggettivo pardalis ossia "chiazzato” o “colorato come un Pantera”.

Nelle due foto sovrastanti: nella prima la mia femmina nella seconda il maschio.

Da queste foto si possono notare anche i due caratteri secondari che ci permettono di distinguere i sessi. Nella femmina la pinna dorsale ha i raggi più corti, nel maschio i raggi della pinna dorsale sono più lunghi.

Altro carattere che distingue i due sessi è una leggera bordatura giallo oro sul bordo esterno della coda del maschio, assente nella femmina (in realtà questo dato non è riportato da tutti in letteratura qualcuno sostiene che nella femmina questa bordatura sia solo più tenue, nel mio caso è del tutto assente. Alcuni riportano anche una leggera colorazione gialla sul ventre della femmina però, non sempre presente).

Il carattere primario di dimorfismo sessuale è quello tipico di tutti i Goodeidi, ossia lo Splitfin (letteralmente: pinna divisa) nei maschi, dove, dopo i primi sette raggi della pinna anale vi è una tacca che forma l’organo copulatore di tutti i Goodeidi. Nelle femmine la pinna anale si presenta senza alcuna interruzione. Nei Goodeidi l’organo copulatore non è ben formato, come nel caso del gonopodio nei Poecilidi. La fecondazione è interna, durante l’accoppiamento gli orifizi dei due sessi aderiscono e gli spermatozoi incontrano l’ovulo all’interno della femmina. Le femmine non hanno possibilità di conservare i gameti maschili quindi ogni covata necessita di una fecondazione.

A differenza dei Poecilidi i Goodeidi sono una specie vivipara e non ovovipara, la madre stabilisce un rapporto fisiologico con i nascituri, contribuendo alla loro nutrizione, tramite strutture dette trofotenie, funzionalmente simili al cordone ombellicale (analogia funzionale, non strutturale). La gestazione dura circa 8 settimane, le nascite nelle prime ore sono alquanto goffe ma non vengono predate dagli adulti.

In natura l’alimentazione è costituita principalmente da alghe, piccoli crostacei e aufwuchs, in acquario non sono particolarmente esigenti e accettano praticamente qualsiasi tipo di cibo. Così come non vi sono particolari esigenze riguardo la chimica dell’acqua. Fish base riporta un range di Ph da 7,2 a 8 ed una range di durezza da 25 gradi tedesci in su, non specificando nemmeno il valore massimo. Non vi è praticamente nessuna conflittualità intraspecifica, se non a volte in maschi della stessa taglia, il che in natura non dà problemi, potrebbe darne in piccoli acquari.

Esperienze personali

Dopo l’esperienza quasi casuale con Skiffia e quella ormai risalente alla preistoria con Xenotoca eiseni, il mio interesse per la famiglia dei Goodeidi è cresciuto notevolmente. Per lunghi periodi, vista la scarsa reperibilità sul mercato di Goodeidi, la mia passione è stata coltivata solo mediante asettiche ricerche su internet, utilissime comunque al reperimento di notizie e a migliorare la mia conoscenza. Da queste letture ho tratto gran parte delle informazioni riportate in questo articolo. Le notizie maggiori e più complete le ho trovate sul sito del GWG (Goodeid Working Group).

Mentre le mie conoscenze sul genere si ampliavano e pensavo ad un’altra specie di Goodeide da poter allevare, ho avuto modo di constatare che effettivamente in commercio di Goodeidi in Italia se ne trovano veramente pochi. Finalmente, spulciando una disponibilità di una serra della Republica Ceca lessi: Chapalichthys pardalis. Provo ad ordinarli 3-4 volte, ma nessun arrivo. Quando ormai non ci speravo più e la vasca che nei miei progetti gli avevo dedicato era ormai occupata, la sorpresa: dopo l’ennesimo ordine, arrivano 3 unità di Chapalichthys (ne avevo ordinati 10 ndr). A dire il vero parecchio malmessi. La reputai comunque un’occasione da non perdere e li portai a casa, approntando una sistemazione di fortuna. Usai una vaschetta di plastica a mo’ di sump collegata ad una vasca superiore con caridine nata senza filtro, ma costruita con scarico e carico per possibili modifiche future (ebbene lo ammetto: quando progettai la vasca pensavo alla possibilità di convertirlo in un piccolo marino. Chi mi conosce si meraviglierà di questo ma voglio tranquillizzarlo, è stato solo un attimo: l’idea è subito svanita nel nulla osservando Caridine...).

 

Dei tre individui iniziali uno era stremato dal viaggio ed in condizioni pessime, gli altri due erano preoccupantemente deperiti, comunque vispi ed attivi. Per le prime due settimanae ho nutrito abbondantemente con ogni tipo di cibo industriale, integrando due volte a settimana vario cibo vivo che ho in mastelli nell’orto. Soprattutto larve di zanzara e chironomus.

 

 

 

 

 

 

 

Faccio una piccola disgressione, per qualche acquariofilo la distinzione tra chironomus e larve di zanzara potrebbe sembrare inutile e ridondante. Ho voluto invece nominarli entrambi per correggere una inveiterata imprecisione che si fa in acquariofilia, definendo i chironomus surgelati come larve di zanzare. In realtà questo è un errore, non grave per un acquariofilo ma che farebbe svenire un entomologo: i chironomus sono larve di insetti simili alle zanzare ma appartenenti alla famiglia dei Chironomidae. Le zanzare sono insetti della famiglia dei Culicidae.


 

 

Questa distinzione ai mie pesci sembrò comunque non interessare e, dopo una ventina di gg, i due esemplari migliori erano in piena forma. Per mia e loro fortuna, si sono rivelati essere di sesso opposto. Il terzo soggetto non superò la prima settimana.

Il tempo concesso ai miei pesci per tornare in forma l’ho usato per allestire loro una sistemazione più dignitosa, nel rispetto della mia filosofia low cost. É mia ferma convinzione che la tecnologia sia utile (in alcuni casi ammetto indispensabile) ma nell’acquarifilia moderna se ne fa un abuso che spesso allontana potenziali “adepti”, facendo apparire a chi si avvicina, il nostro hobby, una pratica costosa e complicata solo per pochi. Io ritengo che la semplicità sia invece il motore che potrebbe portare un maggiore sviluppo dell’acquariofilia e soprattutto fornire una vera comprensione del mondo “acquario”, una volta compreso questo mondo tutta la tecnologia che volete...

 

Quindi la mia vasca è una semplice vasca autocostruita con vetri di recupero misura 44x44x26 (circa 45 litri). Come ghiaino ho usato della sabbia silicea per filtri da piscine, come subtrato fertile terriccio da vivaio in uso per allestimenti a verde: il vulcamix.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interessante il filtro home made fatto con una U di plastica (Passacavi esterno) e della spugna, funzionalmente un filtro di Amburgo azionato da una pompa di circa 200lit/h, che mi permette di avere un discreto movimento dell’acqua ma non eccessivo, come consigliato in letteratura. La gestione della vasca è semplice e si limita al cambio d’acqua quindicinale di circa un terzo. La conducibilità è di 350 microsiemens e il ph 7,6. La specie è subtropicale e non necessita di riscaldatore, la temperatura è quella di casa mia ossia: d’inverno minimo 17° d’estate massimo 28°.

Mi sono attenuto alle indicazioni trovate su internet anche per quanto riguarda la presenza di vegetazione per quantità ma non per qualità, Ho usato Vallisneria e Ludwigia, in attesa di Limnophila e Cerathophyllum, tutte piante a crescita veloce per far in modo in poco tempo di avere una presenza vegetale rilevante, e ho buttato alla rinfusa potature di altri acquari. Come arredi ho usato delle corteccie di leccio “rubate” dalla legnaia del vicino. Il risultato ottenuto a livello estetico potrei definirlo con un lieve punta di orgoglio: orrido...

 

 

 

 

 

 


Comunque, dopo un mesetto sotto una luce a led da 14 watt della sun sun, e con l’aggiunta di qualche altra piantina ebbi una crescita vegetale accettabile e un discreto proliferare di alghe filamentose. L’aspetto della vasca non migliorò affatto, e farebbe inorridire molti, ma credo di aver ricreato, per quanto possibile, un ambiente simile a quello di origine.



I pesci hanno comunque gradito e dopo 3 mesi dall’introduzione in vasca avvenuta a fine aprile, nei primi giorni di agosto la femmina partorì 12 avannotti.Gli avannotti dei Goodeidi sono in numero molto ridotto, in quanto la loro dimensione alla nascita arriva tranquillamente al centimetro, un parto sulle 20 unità è da considerarsi un’eccezione. Normalmente si hanno dalle 10 alle 15 nuove nascite per parto. La loro strategia evolutiva prevede un minor numero di nascite ma una maggiore possibilità di soppravvivenza. Come indicato in letteratura gli adulti non predano la prole, quindi è stata lasciata nella vasca originaria.

Attualmente nella mia vasca ho: la coppia di origine e 12 pesciolini che dopo 7 mesi misurano circa 3 cm. Per quanto detto in precedenza sulle possibili scaramucce tra maschi, dovrò a breve allestire una vasca più grande. La crescita si sta rivelando lenta ma uniforme. Non ho trovato indicazioni in letteratura, quindi non saprei se nella norma, però suppongo che la mia vasca sia troppo piccola. Altro motivo per aumentare lo spazio a loro dedicato, con buona pace della consorte.

Alcuni consigliano di fare l’accrescimento all’aperto, cosa che ho provato con la Skiffia ma con risultati sfortunati, quando il mio vicino d’orto ha “ramato” la vite e le mie Skiffia sono state quasi azzerate: me ne rimangono solo due esemplari peraltro maschi... In tutta sincerita questa esperienza negativa all’aperto, l’ho avuta solo con Skiffia e l’attribuisco all’evento “ramatura” poiche non so darmi altre spiegazioni, ma da circa tre anni allestisco due, tre mastelli con guppy ibridi endler che lascio fuori da maggio a settembre/ottobre e devo dire che i risultati sono ottimi sia come crescita che come colori.

Durante le vacanze di Natale, quindi a circa 5 mesi di distanza dalla prima la femmina ha avuto un secondo parto di circa 14 esemplari, purtroppo quella covata è andata perduta per motivi che non conosco. Forse per la competizione alimentare con i fratelli più grandi o forse perche nei miei 10 giorni di assenza la caldaia è andata in blocco e la temperatura è scesa sotto i 14°, probabilmente per delle nascite una temperatura troppo bassa mentre dai genitori e dalla covata precedente è stata sopportata benissimo.

 


 

Aggiungo solo delle brevi considerazioni dicendo semplicemente che a mio giudizio il Chapalichthys pardalis, così come molte altre specie di Goodeidi, è un pesciolino colpevolmente dimenticato dalla maggior parte degli acquariofili, quando invece potrebbe essere un discreto pesce scuola vista la sua indubbia robustezza e adattabilità, non richiede spazi troppo grandi e permette allestimenti di tutto rispetto anche a livello estetico se lo si vuole (certo la mia vasca da questo punto di vista non è un buon promo...). Ovviamente ci sono altre notevoli implicazioni in una maggiore diffusione dei Goodeidi nei nostri acquari, preferisco lasciarvi con quello che dice la pagina del GWG. ed una foto attuale della mia vaschetta di Chapalichthys pardalis.

Implicazioni per gli acquariofili (Dalla  pagina del GWG da me tradotta liberamente e a fatica)

Un tempo i Goodeidi erano il gruppo più numeroso, diffuso e vario di pesci del Messico centrale Ora sono in una situazione di pericolo, ridotti ad una piccolo numero rispetto alla loro precedente abbondanza e con gli areali ridotti. Se si vogliono far sopravvivere al 21° secolo, devono essere intraprese importanti iniziative di conservazione. Le residue popolazioni selvatiche devono essere protette e le popolazioni perdute reintrodotte laddove possibile.

Gli acquariofili possono svolgere un ruolo importante sia nella protezione che nella possibilità di reinserimento in natura. Possono sostenere e promuovere gruppi e progetti messicani e internazionali incentrati sulla conservazione degli habitat di acqua dolce e della diversità autoctona all'interno della gamma dei goodeidi. Possono mettere a disposizione le loro esperienze nell’allevamento dei Goodeidi e fornire a scienziati e ambientalisti informazioni essenziali sulla biologia che non possono essere studiate dalle popolazioni selvatiche rimaste. Ma soprattuto, gli acquariofili possono mantenere popolazioni in cattività di Goodeidi per fornire una fonte per reintroduzioni in habitat ripristinati, per fornire esemplari per studi scientifici e istruzione pubblica e per impedire alle specie di estinguersi totalmente una volta che lo saranno in natura. Attualmente solo poche istituzioni educative e scientifiche mantengono Goodeidi e una maggiore presenza di Goodeidi nelle vasche degli acquariofili può aiutare a garantire che queste specie non scompaiano anche dai nostri acquari.

© Sandro Fasoli

Fonti:

Le foto della cartina del Messico e dell’habitat di San Janìco sono prese da Google Maps, quelle dell’Ojo de agua de Tocumbo dalla pagina Facebook del parco, quella dello stato sulla popolazione di Capalichtys dal sito della IUNC. Le altre foto sono tutte dei pesci e delle vasche dell’Autore.

Molte delle notizie sono tratte dal sito del GWD che invito chiunqe voglia approfondire la sua conoscenza sui Goodeidi a visitare: http://www.goodeidworkinggroup.com/

 

Eccomi qui a raccontare di una nuova esperienza con un pesce, non comunissimo, ma che per vari motivi ritengo interessante e ne auspico una più larga diffusione nei nostri acquari.

A chi ha avuto la bontà di leggere il mio precedente articolo, su una specie dello stesso genere, questi motivi sono noti. Protagonista di quell’articolo è stata la Skiffia mulctipunctata, interessante pesciolino delle acque interne messicane, appartenente alla famiglia dei Goodeidae. In questa esperienza vi parlerò di un altro membro della famiglia il Chapalichthys pardalis.

Storia della specie e distribuzione

La prima descrizione della specie è da attribuirsi a Josè Alvarez del Villar, studioso a cui molto si deve per la conoscenza dei pesci delle acque dolci messicane. Alvarez, insieme al suo stretto collaboratore Salvador Contreras-Balderas, concentrò la sua ricerca principalmente sullo studio e sulla raccolta dei pesci nelle acque interne messicane, nel 1951 fu uno dei membri fondatori della Sociedad Mexicana de Hidrobiología.

Nei suoi studi Josè Alvarez del Villar descrisse 35 nuovi taxa tra cui appunto Chapalichthys pardalis, pescato per la prima volta il 23 settembre del 1961 nelle acque attorno a Tocumbo.

Il genere Chapalichthys è endemico degli stati federali messicani di Michoacán e Jalisco. Nello stato di Jalisco ve ne è un rappresentante nel lago Chapala, il Chapalichthys encaustus (Jordan & Snyder 1899). A questa specie si deve il nome del genere: Chapal (del lago Chapala) più ichthys (dal greco pesce) quindi, semplicemente: pesce del lago Chapala.

Per un certo periodo ci sono state dispute sulla classificazione delle specie di Chapalichthys. Al genere vennero attribuite inizialmente tre specie: Chapalichthys encaustus (Barred Splitfin in messicano: Pintito de Ocotlán), Chapalichthys pardalis (Polka-dot splitfin, Pintito de Tocumbo) e Chapalichthys peraticus (Alien splitfin, Pintido de San Juaníco). Attualmente queste ultime due specie sono considerate una sola.

La disputa e l’incertezza tassonomica sono giustificate dai luoghi di ritrovamento della specie in questione. Per una distinzione non aiuta certo la descrizione morfologica originale di pardalis e peraticus, fatta da Álvarez del Villar, poiche in essa le due popolazioni sono appena distinguibili e di fatto, morfologicamente, uguali. Gli habitat sono separati da soli 20 km di distanza e collegati tramite un canale, non si distinguono nemmeno sottopopolazioni.

I nomi che ho utilizzato qui, sono quelli ufficialmente usati dall'Instituto Nacional de Estadística y Geografía. Tuttavia, altrove potrebbero essere preferite altre denominazioni, perchè più spesso in uso o meglio conosciute dalle popolazioni locali.

Chapalichthys pardalis è stato descritto e rinvenuto nell'Ojo de Agua de Tocumbo (letteralmente occhio d’acqua di Tocumbo) dove acque di sorgente sono state captate e usate per una serie di vasche e piscine di un parco acquatico. La città di Tocumbo è a circa 12 km a nord di Los Reyes de Salgado. Una popolazione di Chapalichthys verrà rinvenuta, poco meno di due anni dopo, il 30 maggio del 1963, da J. Barrera nelle acque di presa di San Juanìco a circa 20 km a nord-ovest di Tocumbo. Questa popolazione venne inizialmente considerata, dallo stesso Alvarez, una nuova specie, e venne denominata: Chapalichthys peraticus.

Questi due habitat sono collegati tramite un canale laterale e si fondono nel Río Grande, che diventa il Río Itzícuaro dopo Los Reyes, poi di nuovo il Río Grande, un affluente occidentale del Río Balsas. In sintesi: le due stazioni di rinvenimento distano tra loro meno di 20 km e sono collegate.

L’unica specie raccolta da Álvarez del Villar nel 1963 nell'Ojo de Agua de Tocumbo assieme al Chapalichthys pardalis, era stata Poeciliopsis Poeciliopsis infans, più tardi nel 1979 Dolores Kingston rinvenì anche Neoophorus regalis. Una campionatura sull'habitat di un gruppo della Repubblica Ceca (Slaboch et al.) nel 2012 ha riscontrato pochi individui di Chapalichthys pardalis e maggiormente rappresentate altre specie, alcune non originarie del luogo e mai rinvenute in precedenza: Goodea atripinnis, Ilyodon whitei, Poeciliopsis Poeciliopsis infans, Poecilia mexicana, Poecilia reticulata e Xiphophorus hellerii. Nel 2016 Omar Domínguez Domínguez paventava che la popolazione potesse essere stata estirpata a causa dei processi di pulizia delle piscine del parco di Tocumbo. Un monitoraggio, commissionato dall’IUCN, per la valutazione della specie a Oscar Torres de León (2018) ha rivelato discreti numeri delle specie già trovate dal gruppo ceco, ma non più Chapalichthys pardalis confermando le paure di Domìnguez. La popolazione di Tocumbo viene considerata probabilmente estinta in natura.

Resta il fatto che, per una cinquantina di anni, la popolazione di San Juaníco è stata considerata una specie separata: Chapalichthys peraticus (Domínguez-Domínguez et al., 2005), ma recenti analisi genetiche e morfologiche (Miller et al., 2005; Kyle Piller, Southeastern Louisiana University, Hammond, Louisiana, USA) indicano che non ci sono differenze tali tra le due popolazioni per giustificare lo status di specie separate.

Attualmente si considerano appartenenti al genere Chapalichthys non tre specie distinte, come in precedenza, ma due: l’encaustus e, appunto, il pardalis alla quale è stata accorpata il peraticus.

Per i più curiosi, addentrandomi un po’ sulla terminologia scientifica, dirò che attualmente per la specie Chapalichthys pardalis, si distinguono due ESU.

L’acronimo ESU sta per: Unità Evolutivamente Significativa. Ogni unità esprime una popolazione isolata con caratteristiche genetiche diverse all'interno di una specie.

Le ESU sono definite da: genetica molecolare, morfologia e/o zoogeografia. Il loro scopo è quello di aiutare ad indicare differenti linee filogenetiche all'interno di una specie, probabilmente prodrome di una nuova speciazione.

L'abbreviazione di una ESU è composta dalle prime 3 lettere del genere, seguite dalle prime 2 lettere del nome della specie e da un numero in corso per ogni popolazione.


Nel caso specifico di Chapalichthys pardalis si parla quindi di Chapa1, che riguarda i pesci delle acque di presa della sorgente di Tocumbo (Chapalichthys pardalis), popolazione assai esigua se non estinta, e Chapa2 per la popolazione dell’acqua di presa di San Juanìco (Chapalichthys peraticus) con areale più ampio e numericamente più cospicua, ma comunque ancora con scarsa presenza tanto che la specie è in lista rossa dell’IUCN, ossia in pericolo critico.



Habitat in natura

L’habitat per quanto concerne la popolazione di Tocumbo è stato radicalmente stravolto. Le acque sono di una sorgente chiara che ormai è quasi interamente modificata in vasche e piscine in cemento, dove i pesci preferiscono stazionare ad una profondità tra il metro e i due metri. In origine, questa specie preferisce invece stazionare non oltre il mezzo metro. I substrati naturali erano: fango, ghiaia, e sassi con grande ricchezza di alghe e qualche giacinto d’acqua (Eichornia crassipes). Miller descrive temperature primaverili che vanno dai 21° ai 24 °, in inverno le temperature scendono sui 16°. Risulterà ancora più evidente dalle foto, prese dalla pagina facebook del parco acquatico di Tocumbo, che dell’habitat naturale di origine resta solo una flebile traccia.

 

La popolazione di San Juanìco vive in un habitat meno artefatto ma comunque fortemente antropizzato e sfruttato dall’agricoltura. L’uso massiccio e indiscriminato di diserbanti, concimi chimici, antiparassitari e quantaltro, in uso nell’agricoltura intensiva (in una parola: inquinamento) sono uno dei fattori della rarefazione dei Godeeidi messicani assieme all’introduzione di numerose specie alloctone.


Qui l’habitat è costituito da stagni naturali e/o invasi adibiti all’irrigazione dov’è presente una discreta vegetazione principalmente composta da Ceratophyllum ed Eichornia, oltre a canne sulla riva. I Fondali sono costituiti da: limo, fango, ghiaia e rocce. L'acqua può essere limpida o torbida, la temperatura in febbraio non supera mai i 20° nel corpo idrico, sebbene in superficie, nei primi 10 cm può raggiungere i 24°.

Morfologia e caratteristiche

In genere quando si raccoglie una nuova specie si assegna un “numero di collezione” e si stabilisce l’olotipo ossia un individuo depositato e descritto in una collezione biologica nota. Alvarez non assegnò un numero di collezione alla sua prima cattura di Tocumbo del 1961, ne stabilì invece l’olotipo: una femmina adulta di 57,2 mm; l’allotipo: un maschio di 62 mm e i paratipi: individui tra i 13 e i 63,5 mm.

Mi rendo conto che probabilmente questa premessa abbia potuto annoiare qualcuno, ho voluto farla perchè ritengo che un minimo di terminologia scientifica e una piccola infarinatura un acquariofilo la debba avere. Quindi per una nuova specie in genere si stabilisce: l’olotipo (primo individuo raccolto), l’allotipo (ossia il primo individuo raccolto di sesso opposto) e i paratipi (ossia gli individui raccolti succesivamente ai primi due).

Detto questo prometto di descrivere la specie, con un approccio da Acquariofilo...

Chapalichthys pardalis è un pesciolino di aspetto piutosto tozzo, da adulto raggiunge i 6,5 cm, alcuni descrivono i maschi come leggermente più grandi delle femmine. La colorazione la si può immaginare già in base al nome: pardalis, parola che deriva dal latino "pardus", a sua volta di derivazione greca (párdos (πάρδος) significa "il chiazzato" o "Pantera") da qui l'aggettivo pardalis ossia "chiazzato” o “colorato come un Pantera”.

Nella due foto sovrastanti: nella prima la mia femmina nella seconda il maschio.

Da queste foto si possono notare anche i due caratteri secondari che ci permettono di distinguere i sessi. Nella femmina la pinna dorsale ha i raggi più corti, nel maschio i raggi della pinna dorsale sono più lunghi.

Altro carattere che distingue i due sessi è una leggera bordatura giallo oro sul bordo esterno della coda del maschio, assente nella femmina (in realtà questo dato non è riportato da tutti in letteratura qualcuno sostiene che nella femmina questa bordatura sia solo più tenue, nel mio caso è del tutto assente. Alcuni riportano anche una leggera colorazione gialla sul ventre della femmina però, non sempre presente).


Il carattere primario di dimorfismo sessuale è quello tipico di tutti i Goodeidi, ossia lo Splitfin (letteralmente: pinna divisa) nei maschi, dove, dopo i primi sette raggi della pinna anale vi è una tacca che forma l’organo copulatore di tutti i Goodeidi. Nelle femmine la pinna anale si presenta senza alcuna interruzione. Nei Goodeidi l’organo copulatore non è ben formato, come nel caso del gonopodio nei Poecilidi. La fecondazione è interna, durante l’accoppiamento gli orifizi dei due sessi aderiscono e gli spermatozoi incontrano l’ovulo all’interno della femmina. Le femmine non hanno possibilità di conservare i gameti maschili quindi ogni covata necessita di una fecondazione.

A differenza dei Poecilidi i Goodeidi sono una specie vivipara e non ovovipara, la madre stabilisce un rapporto fisiologico con i nascituri, contribuendo alla loro nutrizione, tramite strutture dette trofotenie, funzionalmente simili al cordone ombellicale (analogia funzionale, non strutturale). La gestazione dura circa 8 settimane, le nascite nelle prime ore sono alquanto goffe ma non vengono predate dagli adulti.

In natura l’alimentazione è costituita principalmente da alghe, piccoli crostacei e aufwuchs, in acquario non sono particolarmente esigenti e accettano praticamente qualsiasi tipo di cibo. Così come non vi sono particolari esigenze riguardo la chimica dell’acqua. Fish base riporta un range di Ph da 7,2 a 8 ed una range di durezza da 25 gradi tedesci in su, non specificando nemmeno il valore massimo. Non vi è praticamente nessuna conflittualità intraspecifica, se non a volte in maschi della stessa taglia, il che in natura non dà problemi, potrebbe darne in piccoli acquari.

Esperienze personali

Dopo l’esperienza quasi casuale con Skiffia e quella ormai risalente alla preistoria con Xenotoca eiseni, il mio interesse per la famiglia dei Goodeidi è cresciuto notevolmente. Per lunghi periodi, vista la scarsa reperibilità sul mercato di Goodeidi, la mia passione è stata coltivata solo mediante asettiche ricerche su internet, utilssime comunque al reperimento di notizie e a migliorare la mia conoscenza. Da queste letture ho tratto gran parte delle informazioni riportate in questo articolo. Le notizie maggiori e più complete le ho trovate sul sito del GWG (Goodeid Working Group).

Mentre le mie conoscenze sul genere si ampliavano e pensavo ad un’altra specie di Goodeide da poter allevare, ho avuto modo di constatare che effettivamente in commercio di Goodeidi in Italia se ne trovano veramente pochi. Finalmente, spulciando una disponibilità di una serra della Republica Ceca lessi: Chapalichthys pardalis. Provo ad ordinarli 3-4 volte, ma nessun arrivo. Quando ormai non ci speravo più e la vasca che nei miei progetti gli avevo dedicato era ormai occupata, la sorpresa: dopo l’ennesimo ordine, arrivano 3 unità di Chapalichthys (ne avevo ordinati 10 ndr). A dire il vero parecchio malmessi. La reputai comunque un’occasione da non perdere e li portai a casa, approntando una sistemazione di fortuna. Usai una vaschetta di plastica a mo’ di sump collegata ad una vasca superiore con caridine nata senza filtro, ma costruita con scarico e carico per possibili modifiche future (ebbene lo ammetto: quando progettai la vasca pensavo alla possibilità di convertirlo in un piccolo marino. Chi mi conosce si meraviglierà di questo ma voglio tranquillizzarlo, è stato solo un attimo: l’idea è subito svanita nel nulla osservando Caridine...).

Dei tre individui iniziali uno era stremato dal viaggio ed in condizioni pessime, gli altri due erano preoccupantemente deperiti, comunque vispi ed attivi. Per le prime due settimanae ho nutrito abbondantemente con ogni tipo di cibo industriale, integrando due volte a settimana vario cibo vivo che ho in mastelli nell’orto. Soprattutto larve di zanzara e chironomus.

Faccio una piccola disgressione, per qualche acquariofilo la distinzione tra chironomus e larve di zanzara potrebbe sembrare inutile e ridondante. Ho voluto invece nominarli entrambi per correggere una inveiterata imprecisione che si fa in acquariofilia, definendo i chironomus surgelati come larve di zanzare. In realtà questo è un errore, non grave per un acquariofilo ma che farebbe svenire un entomologo: i chironomus sono larve di insetti simili alle zanzare ma appartenenti alla famiglia dei Chironomidae. Le zanzare sono insetti della famiglia dei Culicidae.

Questa distinzione ai mie pesci sembrò comunque non interessare e, dopo una ventina di gg, i due esemplari migliori erano in piena forma. Per mia e loro fortuna, si sono rivelati essere di sesso opposto. Il terzo soggetto non superò la prima settimana.

Il tempo concesso ai miei pesci per tornare in forma l’ho usato per allestire loro una sistemazione più dignitosa, nel rispetto della mia filosofia low cost. É mia ferma convinzione che la tecnologia sia utile (in alcuni casi ammetto indispensabile) ma nell’acquarifilia moderna se ne fa un abuso che spesso allontana potenziali “adepti”, facendo apparire a chi si avvicina, il nostro hobby, una pratica costosa e complicata solo per pochi. Io ritengo che la semplicità sia invece il motore che potrebbe portare un maggiore sviluppo dell’acquariofilia e soprattutto fornire una vera comprensione del mondo “acquario”, una volta compreso questo mondo tutta la tecnologia che volete...

Quindi la mia vasca è una semplice vasca autocostruita con con vetri di recupero misura 44x44x26 (circa 45 litri). Come ghiaino ho usato della sabbia silicea per filtri da piscine, come subtrato fertile terriccio da vivaio in uso per allestimenti a verde: il vulcamix.

Interessante il filtro home made fatto con una U di plastica (Passacavi esterno) e della spugna, funzionalmente un filtro di Amburgo azionato da una pompa di circa 200lit/h, che mi permette di avere un discreto movimento dell’acqua ma non eccessivo, come consigliato in letteratura. La gestione della vasca è semplice e si limita al cambio d’acqua quindicinale di circa un terzo. La conducibilità è di 350 microsiemens e il ph 7,6. La specie è subtropicale e non necessita di riscaldatore, la temperatura è quella di casa mia ossia: d’inverno minimo 17° d’estate massimo 28°.

Mi sono attenuto alle indicazioni trovate su internet anche per quanto riguarda la presenza di vegetazione per quantità ma non per qualità, Ho usato Vallisneria e Ludwigia, in attesa di Limnophila e Cerathophyllum, tutte piante a crescita veloce per far in modo in poco tempo di avere una presenza vegetale rilevante, e ho buttato alla rinfusa potature di altri acquari. Come arredi ho usato delle corteccie di leccio “rubate” dalla legnaia del vicino. Il risultato ottenuto a livello estetico potrei definirlo con un lieve punta di orgoglio: orrido...

Comunque, dopo un mesetto sotto una luce a led da 14 watt della sun sun, e con l’aggiunta di qualche altra piantina ebbi una crescita vegetale accettabile e un discreto proliferare di alghe filamentose. L’aspetto della vasca non migliorò affatto, e farebbe inorridire molti, ma credo di aver ricreato, per quanto possibile, un ambiente simile a quello di origine. I pesci hanno comunque gradito e dopo 3 mesi dall’introduzione in vasca avvenuta a fine aprile, nei primi giorni di agosto la femmina partorì 12 avannotti.

Gli avannotti dei Goodeidi sono in numero molto ridotto, in quanto la loro dimensione alla nascita arriva tranquillamente al centimetro, un parto sulle 20 unità è da considerarsi un’eccezione. Normalmente si hanno dalle 10 alle 15 nuove nascite per parto. La loro strategia evolutiva prevede un minor numero di nascite ma una maggiore possibilità di soppravvivenza. Come indicato in letteratura gli adulti non predano la prole, quindi è stata lasciata nella vasca originaria.

Attualmente nella mia vasca ho: la coppia di origine e 12 pesciolini che dopo 7 mesi misurano circa 3 cm. Per quanto detto in precedenza sulle possibili scaramucce tra maschi, dovrò a breve allestire una vasca più grande. La crescita si sta rivelando lenta ma uniforme. Non ho trovato indicazioni in letteratura, quindi non saprei se nella norma, però suppongo che la mia vasca sia troppo piccola. Altro motivo per aumentare lo spazio a loro dedicato, con buona pace della consorte.

Alcuni consigliano di fare l’accrescimento all’aperto, cosa che ho provato con la Skiffia ma con risultati sfortunati, quando il mio vicino d’orto ha “ramato” la vite e le mie Skiffia sono state quasi azzerate: me ne rimangono solo due esemplari peraltro maschi... In tutta sincerita questa esperienza negativa all’aperto, l’ho avuta solo con Skiffia e l’attribuisco all’evento “ramatura” poiche non so darmi altre spiegazioni, ma da circa tre anni allestisco due, tre mastelli con guppy ibridi endler che lascio fuori da maggio a settembre/ottobre e devo dire che i risultati sono ottimi sia come crescita che come colori.

Durante le vacanze di Natale, quindi a circa 5 mesi di distanza dalla prima la femmina ha avuto un secondo parto di circa 14 esemplari, purtroppo quella covata è andata perduta per motivi che non conosco. Forse per la competizione alimentare con i fratelli più grandi o forse perche nei miei 10 giorni di assenza la caldaia è andata in blocco e la temperatura è scesa sotto i 14°, probabilmente per delle nascite una temperatura troppo bassa mentre dai genitori e dalla covata precedente è stata sopportata benissimo.

Aggiungo solo delle brevi considerazioni dicendo semplicemente che a mio giudizio il Chapalichthys pardalis, così come molte altre specie di Goodeidi, è un pesciolino colpevolmente dimenticato dalla maggior parte degli acquariofili, quando invece potrebbe essere un discreto pesce scuola vista la sua indubbia robustezza e adattabilità, non richiede spazi troppo grandi e permette allestimenti di tutto rispetto anche a livello estetico se lo si vuole (certo la mia vasca da questo punto di vista non è un buon promo...). Ovviamente ci sono altre notevoli implicazioni in una maggiore diffusione dei Goodeidi nei nostri acquari, preferisco lasciarvi con quello che dice la pagina del GWG. ed una foto attuale della mia vaschetta di Chapalichthys pardalis.

Implicazioni per gli acquariofili (Dalla pagina del GWG da me tradotta liberamente e a fatica)

Un tempo i Goodeidi erano il gruppo più numeroso, diffuso e vario di pesci del Messico centrale Ora sono in una situazione di pericolo, ridotti ad una piccolo numero rispetto alla loro precedente abbondanza e con gli areali ridotti. Se si vogliono far sopravvivere al 21° secolo, devono essere intraprese importanti iniziative di conservazione. Le residue popolazioni selvatiche devono essere protette e le popolazioni perdute reintrodotte laddove possibile.

Gli acquariofili possono svolgere un ruolo importante sia nella protezione che nella possibilità di reinserimento in natura. Possono sostenere e promuovere gruppi e progetti messicani e internazionali incentrati sulla conservazione degli habitat di acqua dolce e della diversità autoctona all'interno della gamma dei goodeidi. Possono mettere a disposizione le loro esperienze nell’allevamento dei Goodeidi e fornire a scienziati e ambientalisti informazioni essenziali sulla biologia che non possono essere studiate dalle popolazioni selvatiche rimaste. Ma soprattuto, gli acquariofili possono mantenere popolazioni in cattività di Goodeidi per fornire una fonte per reintroduzioni in habitat ripristinati, per fornire esemplari per studi scientifici e istruzione pubblica e per impedire alle specie di estinguersi totalmente una volta che lo saranno in natura. Attualmente solo poche istituzioni educative e scientifiche mantengono Goodeidi e una maggiore presenza di Goodeidi nelle vasce degli acquariofili può aiutare a garantire che queste specie non scompaiano anche dai nostri acquari.

N

 

La recente invasione dei pesci d'acquario nelle acque termali calde italiane

LA RECENTE “INVASIONE” DEI PESCI D’ACQUARIO NELLE ACQUE TERMALI CALDE ITALIANE

THE RECENT “INVASION” OF AQUARIUM FISHES IN ITALIAN HOT THERMAL WATERS

EMILIANO SPADA1,

LUCIANO DI TIZIO2

Fotografo Naturalista, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ;

Associazione Acquariofili Abruzzese.

Corresponding author: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Keywords: aquarium fish, Italy, thermal waters. Parole chiave: pesci d’acquario, Italia, acque termali.

Riassunto

Dal 2010 è nota la presenza in acque termali italiane, come già in altre nazioni europee, di popolazioni naturalizzate di pesci alloctoni di origine tropicale abitualmente allevati in acquario. Nel presente lavoro si esamina la fauna ittica individuata nei due siti noti tra Toscana meridionale e Lazio settentrionale, tracciandone un censimento aggiornato, e si segnalano due specie ad oggi non indicate negli elenchi dei pesci diffusi in Italia: Poecilia velifera Regan, 1914 e Xiphophorus maculatus Günther 1866.

 

Spinarello2016

OSSERVAZIONI PRELIMINARI SULLA FENOLOGIA DI GASTEROSTEUS ACULEATUS L., 1758 NELLA RISERVA NATURALE REGIONALE “SORGENTI DEL PESCARA” (POPOLI, PE, ABRUZZO) PRELIMINARY OBSERVATIONS ON THE PHENOLOGY OF THREE-SPINED STICKLEBACK IN THE REGIONAL NATURAL RESERVE “SORGENTI DEL PESCARA” (POPOLI, PE, ABRUZZO) LUCIANO DI TIZIO 1,2*, NICOLETTA DI FRANCESCO1,2, PIERA LISA DI FELICE 1,3, ANGELO CAMELI 4 1. Associazione Acquariofili Abruzzese, via Federico Salomone 112, 66100 Chieti. *corresponding author: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 2. WWF Abruzzo, c/o WWF Chieti-Pescara, via Ortona snc, 66100 Chieti; Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 3. Riserva Naturale Regionale “Sorgenti del Pescara”, Contrada Capo Pescara, 65026 Popoli (PE); Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 4. Servizio Veterinario, Igiene Allevamenti e Produzioni Zootecniche ASL Teramo, Contrada Casalena, 64100 Teramo; Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Parole chiave: spinarello, biologia riproduttiva, periodo di incubazione, natura, acquario Keywords: three-spined stickleback, reproductive biology, incubation period, nature, aquarium

Riassunto: Nel presente lavoro vengono presentate osservazioni preliminari sulla fenologia di una popolazione di Gasterosteus aculeatus, effettuate in natura e in acquario. I pesci di tale popolazione sono risultati più piccoli (maschi 4,9 cm; femmine 5,6 cm) rispetto alla statura standard registrata in Italia (circa 8 cm). La riproduzione è avvenuta solo con temperatura dell’acqua stabilmente pari o al di sopra dei 10° C. Sono state complessivamente osservate 8 riproduzioni in natura e 23 in acquario. Nelle riproduzioni in acquario il 69,6% dei maschi (16) ha raccolto le uova di due femmine; il 21,7% (5) quelle di tre femmine; l’8,7% (2 individui giovani) quelle di una sola femmina. L’incubazione è durata in natura tra i 6 e i 14 giorni, in cattività tra 7 e 8 giorni a 23°C. Nelle riproduzioni osservate in natura sono stati stimati tra i 60 e gli 80 avannotti per ciascuna covata. In cattività sono stati ottenuti in media 38,7 avannotti (min. 16, max. 78).

Abstract: In this paper the authors describe the preliminary data collected in nature and in aquarium regarding the phenology of a population of three-spined stickleback. Fish of this population were smaller (males 4.9 cm; females 5.6 cm) than the recorded Italian average size (approximately 8 cm). The reproduction began when water temperature was permanently at 10° C or higher. The authors observed 8 reproductions in nature and 23 in aquarium. 69.6% of males in captivity (16) collected the eggs of two females; 21.7% (5) the eggs of three females; 8.7% (2 juveniles) the eggs of a single female. In nature the incubation period is 6 to 14 days; in captivity is 7 to 8 days at 23° C. The estimated number of wild fry was between 60 and 80 fry per brood. In captivity the estimated average number was 38.7 fry per brood (min. 16, max. 78). Italian Journal of Freshwater Ichthyology, 2016 vol. 3.

Atti XV Congresso Nazionale Associazione Italiana Ittiologi Acque Dolci – Gorizia (GO) 90

Introduzione

Lo spinarello, Gasterosteus aculeatus Linnaeus, 1758, è una specie ad ampia distribuzione circumpolare presente in Nord America, Asia e in quasi tutta l’Europa, con eccezione delle coste artiche (Gandolfi et al., 1991). Per via della notevole variabilità, ne sono state in passato descritte numerose specie, successivamente ridotte in sinonimia o considerate morphae (Bertin, 1925). Kottelat & Freyhof (2007) hanno recentemente proposto uno smembramento in più specie in base al quale le popolazioni italiane andrebbero attribuite a Gasterosteus gymnurus (Cuvier, 1829). Nel presente lavoro si è preferito tuttavia attenersi alla denominazione tradizionale sulla base di quanto sostenuto da Denys et al. (2015) che ritengono Gasterosteus gymnurus non distinguibile né sul piano genetico né per caratteristiche morfologiche da Gasterosteus aculeatus, del quale lo considerano un sinonimo. Eurialino, vive sia in mare lungo le coste che nelle acque salmastre e dolci. È frequente nelle lagune ed è in grado di adattarsi a condizioni ambientali estreme (Tortonese, 1970): in Abruzzo, ad esempio, una popolazione vive nelle acque moderatamente sulfuree di un lago privato adibito alla pesca sportiva (Di Tizio e Di Francesco, oss. pers.). In Italia è confinato in acque dolci o in lagune a bassa salinità (Gandolfi et al., 1991), con una distribuzione discontinua e localizzata, sia in relazione alle particolari esigenze ambientali che a causa di numerose estinzioni locali (Zerunian, 2002). A partire dalle basilari osservazioni etologiche di Nikolaas Timbergen (1953), lo spinarello è stato intensamente studiato sia in laboratorio (ad es.: Wootton, 1973 e 1977; Wootton & Ewans, 1976; Rowland, 1989; Baube, 1997; Bell, 2001 e 2004) che in acquari domestici (ad es.: Minniti, 1954; Rossi, 1972; Natali, 1979; Di Tizio, 1981, 1986, 1991 e 1997; Di Tizio & Di Francesco, 1985; Raldi, 1997). Non esistono invece ad oggi informazioni dettagliate sul ciclo biologico delle popolazioni italiane (Gandolfi et al., 1991). Il presente lavoro si propone di cominciare a ovviare a tale carenza attraverso osservazioni sulla fenologia della popolazione diffusa all’interno della Riserva Naturale Regionale “Sorgenti del Pescara”, nel territorio comunale di Popoli (PE), in Abruzzo, dove la specie è protetta ai sensi della l.r. 50/1993 e ss.mm.ii., confrontate anche con verifiche effettuate in acquario. Materiali e metodi Nella Riserva Naturale Regionale “Sorgenti del Pescara” è stato individuato un transetto costituito da un tratto in disuso di uno dei numerosi canali di irrigazione presenti nell’area protetta. Il tratto prescelto è scavato in terra nuda, lungo 890 cm e largo tra 58 e 64 cm, profondo tra 18 e 31 cm con vegetazione solo sommersa, di semplice osservazione dall'alto. In tale transetto sono state compiute rilievi quotidiani a vista, da inizio marzo a fine luglio, negli anni 2013 e 2014, nelle prime ore del mattino, annotando ogni giorno condizioni meteo, temperatura dell'aria e dell'acqua. Con cadenza settimanale sono stati invece testati pH, durezza carbonatica (KH), durezza totale (GH), nitriti (NO2), nitrati (NO3) dell'acqua con misuratori “Quick Test” ad uso acquariologico, prodotti dalla ditta tedesca Sera. Analoghe misurazioni sono state occasionalmente effettuate in altri siti della Riserva. Le informazioni ottenute sono state confrontate con quelle disponibili nella letteratura citata, e in particolare con le esperienze pregresse di due degli autori relative alle osservazioni fenologiche appositamente raccolte in acquario (vasca cm 120x40x h50; capienza effettiva 216 l) dove sono stati allevati per tre anni individui della medesima popolazione, previa autorizzazione ai sensi della l.r. 50/93 concessa con Decreto del presidente della Giunta regionale Abruzzo n° 704 del 30 dicembre 1998. Si è tenuto inoltre conto dei dati raccolti negli anni dagli autori. Italian Journal of Freshwater Ichthyology, 2016 vol. 3 Atti XV Congresso Nazionale Associazione Italiana Ittiologi Acque Dolci – Gorizia (GO) 91 Risultati Lo spinarello è accreditato di una dimensione standard intorno agli 8 cm di lunghezza (Tortonese, 1970; Ladiges & Vogt, 1986), raramente superiore a 12 (Gandolfi et al., 1991), con un record noto in Italia di 12,5 cm registrato nel Veneto (Pomini, 1937). I maschi sono costantemente più piccoli. Nella popolazione presente nella rete dei canali oggetto del presente studio i maschi sessualmente maturi sono risultati lunghi, coda compresa, in media 4,9 cm (min. 4,6 - max. 5,5), le femmine 5,6 cm (5,2 - 6,4). Gli esemplari che vivono nell’attiguo fiume Pescara sono risultati mediamente più grandi: maschi adulti 6,1 cm (5,7 – 7,0), femmine 6,9 (5,8 – 8,1). I valori biochimici misurati nel canale sono stati sostanzialmente costanti sui seguenti valori: pH 7,6; KH 20°d; KH 16°d; NO2 e NO3 zero. La complessa dinamica riproduttiva della specie ha preso avvio, nei due anni di osservazione e nelle esperienze in acquario, solo quando la temperatura dell’acqua ha raggiunto stabilmente un livello pari o superiore ai 10°C. Nel maggio 2014 è stata anzi osservata in natura la regressione della livrea riproduttiva in un maschio in seguito a un brusco abbassamento della temperatura tra la prima e la seconda decade del mese. Tale dato ha trovato conferma anche in acquario dove uno sperimentale abbassamento a 8°C ha comportato la scomparsa totale del rosso già presente nella livrea dei maschi e un palese rallentamento nella maturazione delle uova evidenziato dal ventre non più in fase di accrescimento delle femmine. In cattività la variazione artificiale di altri parametri non ha invece condizionato la comparsa della livrea di frega nei maschi e delle uova nelle femmine. In particolare l’aumento del fotoperiodo in assenza di una temperatura adeguata non ha dato avvio alla fase riproduttiva e al contrario una riduzione del periodo di illuminazione di due ore/giorno (da 10 a 8 ore con copertura della vasca con un panno nero a simulare notti senza luna) con temperature stabilmente superiori ai 10°C non ha rallentato né la costruzione del nido né la maturazione dei partner. Nessun risultato di rilievo è stato osservato aumentando o diminuendo la disponibilità alimentare. Sono state complessivamente osservate 8 riproduzioni in natura (5 nel 2013, 3 a maggio e 2 a giugno; 3 nel 2014, solo a maggio) e 23 in acquario (in tre anni). Nelle riproduzioni osservate in acquario il 69,6% dei maschi (16) ha raccolto le uova di due femmine; il 21,7% (5) quelle di tre femmine; l’8,7% (2 individui giovani) quelle di una sola femmina. In natura non è stata compiuta la stessa verifica per la impossibilità di dedicare alle osservazioni dirette l’intera giornata e in assenza di supporti audiovisivi che ci si ripromette di impiegare in successivi analoghi studi. L’incubazione è durata in natura tra i 6 e i 14 giorni. In acquario tra 7 e 8 giorni a 23°C. Nelle riproduzioni osservate in natura sono stati stimati tra i 60 e gli 80 avannotti per ciascuna covata. In cattività sono stati ottenuti in media 38,7 avannotti (min. 16, max. 78). Lo sciame dei piccoli si è disperso in media dopo 10 giorni (min. 8, max. 11). I maschi hanno iniziato a costruire un nuovo nido mai prima di 20 giorni dall’abbandono della precedente covata.

Discussione

Il presente lavoro, certamente preliminare, dovrà essere integrato con ulteriori osservazioni anche per acclarare diverse questioni rimaste in sospeso. Nello spinarello è noto ad esempio un comportamento detto dell’usurpatore (ad es.: Fitzgerard, 1993) nel quale un maschio in livrea ordinaria, simile a quella delle femmine, si infila in un nido altrui per fecondare subdolamente tutte o parte delle uova appena deposte. Tale comportamento nelle osservazioni in natura e in cattività di cui qui si riferisce non è mai stato registrato. Né si sono verificati gli episodi di predazione delle uova altrui da parte delle femmine notati dallo stesso Fitzgerard Italian Journal of Freshwater Ichthyology, 2016 vol. 3 Atti XV Congresso Nazionale Associazione Italiana Ittiologi Acque Dolci – Gorizia (GO) 92 (1993) nella popolazione che si riproduce in acqua salmastra a Isle Verte in Canada e interpretati come strategia per favorire il proprio personale successo riproduttivo.

Bibliografia

Baube C.L. (1997). Manipulations of signalling environment affect male competitive success in three-spined sticklebacks. Animal Behaviour 53 (4), 819-833. Bell A.M. (2001). Effects of an endocrine disrupter on courtship and aggressive behaviour of male three-spined stiklebaks, Gasterosteus aculeatus. Animal Behaviour 62 (4), 775-780. Bell A.M. (2004). An endocrine disrupter increases growth and risky behaviour in three-spined stiklebaks (Gasterosteus aculeatus). Hormones and Behaviour 45 (2), 108-114. Bertin L. (1925). Recherches bionomiques, biométriques et systématiques sur les épinoches (Gastérostéidés). Ann. Inst. Océanogr. 2, 204 pp. Denys G.P.J., Geiger M.F., Persat H., Keith P., Dettai A. (2015). Invalidity of Gasterosteus gymnurus (Cuvier, 1829) (Actinopterygii, Gasterosteidae) according to integrative taxonomy. Cybium 39 (1), 37-45. Di Tizio L. (1981). Lo spinarello. Acquario natura in casa 1, 53-54. Di Tizio L. (1986). Lo spinarello in acquario. aquarium 11, 562-568. Di Tizio L. (1991). L’acquario di casa nostra / IV parte: una vasca per gli spinarelli. aquarium 9, 588-590. Di Tizio L. (1997). Lo spinarello, fotocronaca di una riproduzione. aquarium 11, 58-61. Di Tizio L., Di Francesco N. (1985). Spinarello. Acquario natura in casa 3 (AT34), 455-462. Fitzgerard G.J. (1993). Il comportamento riproduttivo dello spinarello. Le Scienze 298, 80-86. Gandolfi G., Zerunian S., Torricelli P., Marconato A. (1991). I pesci delle acque interne italiane. Ministero dell’Ambiente – Servizio Conservazione della Natura, Unione Zoologica Italiana, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 620 pp. (380-385). Kottelat M., Freyhof J. (2007). Handbook of European freshwater fishes. Kottelat, Comol, Switzerland and Freyhof, Berlin, Germany, 646 pp. (490-499). Ladiges W., Vogt D. (1986). Guida dei pesci d’acqua dolce d’Europa. Franco Muzzio & C. editore, Padova, 233 pp. (177-178). Minniti M. (1954). Il Gasterosteus aculeatus. acquario, Bollettino dell’Associazione Italiana Acquariofili V, 1, 19-20. Natali M. (1979). Allevamento in acquario del Gasterosteus aculeatus. aquarium 2, 116-118. Pomini F.P. (1937). Osservazioni sull’ittiofauna delle acque dolci del Veneto ed indagini riguardanti la pesca. Boll. Pesca Piscic. Idrobiol. 13, 262-312. Raldi M. (1997). I pesci delle acque italiane. Lo Spinarello. aquarium 1, 50-52. Rossi A.C. (1972). Lo spinarello. aquarium 4, 227-232. Rowland W.J. (1989). The etological basis of mate choiche in male threespined stiklebaks, Gasterosteus aculeatus. Animal Behaviour 38 (1), 112-120. Timbergen N. (1953). Social Behaviour in Animals. Methuen & Co. Ltd, London. Tortonese E. (1970). Fauna d’Italia: Osteichthyes pesci ossei. Edizioni Calderini, Bologna, X: 566 pp. (435-438). Wootton R.J. (1973). Fecondity of three-spined stickleback, Gasterosteus aculeatus (L.). Journal of Fish Biology 5(6), 683-688. Wootton R.J. (1977). Effect of food limitation during the breeding season on the size, body components and egg production of female Stiklebaks (Gasterosteus aculeatus). J. Anim. Ecol. 46, 823-834. Wootton R.J., Ewans G. W. (1976). Cost of egg production in the three-spined Stiklebaks (Gasterosteus aculeatus , L.). Journal of Fish Biology 8 (5), 112-120. Zerunian S. (2002). Condannati all’estinzione? Edagricole, Bologna

   

Esperienze "low cost" con Skiffia mulctipunctata

Qualche tempo, fa in preda ad una “casalanghite” acuta, peraltro favorita da una piovosa giornata di dicembre, decisi di reagire all’inedia che mi aveva colto, iniziando a mettere un po’ di ordine tra le vecchie cose nel ripostiglio che ogni acquariofilo ha. Sicuramente una sensazione che molti di voi ha provato. Si inizia a guardare nel ripostiglio e si inizia a pensare cose del tipo: questo non ricordavo di averlo in realtà non ricordo nemmeno a che serve lo butto? Ma no può sempre servire… poi ti scordi di averlo e quando serve lo ricompri… Ecco era una di quelle volte… Nella mia esplorazione delle cose dimenticate, mi imbattei in un tubo di silicone “ammezzato” delle lastre di vetro (purtroppo rigate) delle rocce, un vecchio filtrino interno (micron della sicce) delle lampadine a led comprate in qualche negozio cinese semplicemente perché a 6500°K, e altre amenità varie. La lampadina per passare da pantofolaio statico a pantofolaio attivo, si accese in un attimo: proviamo a fare un acquarietto senza comprare nulla, low cost con gli avanzi che ho in casa o quello che trovo tra il casuale e il volutamente cercato, ma rigorosamente a costo zero, unica eccezione i pesci. Quindi poco dopo avevo in cantiere una vaschetta 48x28x30 (40 litri meno gli arredi) da allestire e popolare.

Quasi per gioco misi un post sul nostro gruppo Fb, ponendo un quesito “…ho un dubbio amletico: ritorno al passato con Betta periodicamente con compagna, o un pesce messicano che non ho mai avuto Skiffia multipunctata? Staremo a vedere....”

 

Vasca di pronto soccorso pesci - Un esperimento interessante

Un esperimento interessante

di: Renato Di Loreto

Quasi 15 anni fa ebbi modo, col socio Amedeo Pardi, di costruire una piccola vasca a settori con dei vetri risultanti dall'assemblaggio di due bettiere da otto posti ciascuna: in pratica una mini bettiera da campo.

Lunga una quarantina di centimetri e larga 15 cm, questa vaschetta aveva 5 cm di spazio posteriore libero per contenere solo acqua ed un riscaldatore: in pratica un serbatoio di acqua (riscaldata) per i cambi. Il resto dello spazio interno era suddiviso in 4 settori della larghezza di 10 cm x 10 con un'altezza d'acqua di altrettanti 10 cm. Quindi alcuni centimetri di cornice libera ed un coperchio di vetro smerigliato. Il riscaldamento, come si sarà capito, avveniva per contatto tra l'acqua riscaldata nello spazio retrostante e gli scomparti sul davanti.

   

Pagina 1 di 3